La ripresa non è generalizzata, ma è una trasformazione selettiva del settore industriale spinta dalla difficoltà nel trovare personale e dal reshoring, che vede l’ascesa dei cobot e solleva interrogativi sulle reali implicazioni per i lavoratori.

[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:
Nel terzo trimestre 2025, il Nord America ha registrato un'impennata negli ordini di robot industriali: 8.806 unità (+12%) per 574 milioni di dollari (+17%). L'Associazione A3 evidenzia una rinnovata fiducia nell'automazione, spinta da settori non automobilistici e grandi produttori. La crescita è complessa, influenzata da carenza di manodopera e reshoring, con i cobot che ridefiniscono il rapporto uomo-macchina.
L’automazione industriale sta accelerando, ma la storia che racconta non è così semplice
Nel terzo trimestre del 2025, le aziende del Nord America hanno ordinato un numero di robot industriali che non si vedeva da tempo. I dati, diffusi dall’Association for Advancing Automation (A3), un’importante associazione di settore, parlano di 8.806 unità per un valore di 574 milioni di dollari.
Si tratta di un aumento significativo, quasi il 12 per cento in più di macchine e oltre il 17 per cento in più di valore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Questi numeri suggeriscono una rinnovata fiducia da parte delle aziende, che dopo un periodo di incertezza economica sembrano aver deciso di investire di nuovo in modo massiccio sull’automazione.
Questa tendenza, però, è più complessa di come appare. Non si tratta semplicemente di una ripresa economica generalizzata, ma di una trasformazione profonda e selettiva del modo di produrre.
Le aziende non stanno comprando robot solo per fare le stesse cose più in fretta, ma per rispondere a pressioni strutturali che stanno ridisegnando l’industria: la difficoltà nel trovare personale, la spinta politica a riportare la produzione in patria (il cosiddetto “reshoring”) e la necessità di adattarsi a richieste dei consumatori sempre più imprevedibili.
L’automazione, in questo contesto, smette di essere una semplice scelta di efficienza per diventare una mossa strategica quasi obbligata.
Ma come ogni mossa strategica di questa portata, solleva interrogativi su chi ne trarrà i maggiori benefici e su quali saranno le conseguenze a lungo termine per il mondo del lavoro.
La crescita registrata non è stata omogenea, ma ha seguito traiettorie molto diverse a seconda dei settori, rivelando quali parti dell’economia sentono con maggiore urgenza la necessità di cambiare. Questa eterogeneità offre uno spaccato interessante delle dinamiche interne al mondo industriale, dove non tutti corrono alla stessa velocità.
Una ripresa a due velocità
A un’analisi più attenta, i dati mostrano un quadro frammentato. Il motore principale di questa accelerazione non è stato, come si potrebbe pensare, il tradizionale settore automobilistico nel suo complesso. A trainare la crescita sono state soprattutto le industrie non automobilistiche, che hanno rappresentato quasi il 60 per cento di tutti gli ordini.
In particolare, il settore alimentare e dei beni di consumo ha registrato un balzo impressionante del 105 per cento rispetto all’anno precedente, come descritto nel rapporto ufficiale dell’A3 pubblicato su Business Wire.
Questo dato è significativo. Si tratta di un settore caratterizzato da margini di profitto spesso bassi e da una forte dipendenza da manodopera per compiti ripetitivi come l’imballaggio e la movimentazione.
L’investimento massiccio in robotica suggerisce che per queste aziende la questione non è più se automatizzare, ma come farlo il più in fretta possibile.
Tuttavia, introdurre automazione in contesti a bassa marginalità è un rischio se non c’è un controllo totale del flusso. Il robot è veloce, ma è cieco rispetto alle priorità di business. Per questo, l’hardware deve essere governato da un Manufacturing Execution System (MES), il cervello digitale che traduce gli ordini di vendita in comandi macchina, garantendo che l’accelerazione fisica corrisponda a un’effettiva efficienza economica e non solo a un aumento dei consumi.
Anche i grandi produttori di automobili (OEM) hanno aumentato i loro ordini del 68 per cento, probabilmente per adeguare le linee di produzione ai nuovi modelli di veicoli elettrici, che richiedono processi di assemblaggio differenti. Tuttavia, la stessa spinta non si è vista tra i loro fornitori. Gli ordini provenienti dalle aziende che producono componenti per auto sono infatti diminuiti del 25 per cento.
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Questa discrepanza solleva un dubbio: mentre i grandi colossi dell’auto investono per modernizzarsi, la loro filiera, spesso composta da aziende più piccole e con meno capitale, fatica a tenere il passo.
È possibile che la pressione per ridurre i costi esercitata dai grandi produttori sui loro fornitori stia limitando la capacità di investimento di questi ultimi, creando uno squilibrio nella catena del valore.
Il quadro che emerge non è quindi quello di una semplice ripresa, ma di una riorganizzazione strategica in cui i settori più esposti alla volatilità della domanda e alla carenza di personale stanno scommettendo tutto sull’automazione per garantirsi la sopravvivenza e la competitività.
Ma questa spinta non riguarda solo i grandi e ingombranti robot tradizionali, chiusi in gabbie di sicurezza.
Un’altra parte, più silenziosa ma altrettanto importante, di questa rivoluzione si sta svolgendo proprio accanto ai lavoratori in carne e ossa.
L’avanzata discreta dei “cobot”
A fianco dei robot industriali classici, sta crescendo un’altra categoria di macchine: i robot collaborativi, o “cobot”. Si tratta di robot più piccoli, agili e progettati per lavorare in sicurezza a stretto contatto con gli esseri umani, senza le barriere fisiche che tradizionalmente separano le macchine dalle persone in una fabbrica.
Per la prima volta, nel 2025 l’A3 ha iniziato a tracciarli come una categoria a sé stante, riconoscendone l’importanza crescente. Nel terzo trimestre, sono stati ordinati 1.174 cobot per un valore di 42 milioni di dollari, una fetta ancora minoritaria ma in rapida espansione del mercato totale.
I cobot vengono spesso presentati dalle aziende come “aiutanti” che possono sollevare i lavoratori dai compiti più faticosi e ripetitivi, migliorando l’ergonomia e la sicurezza. La narrazione ufficiale è quella di una collaborazione uomo-macchina che porta benefici a tutti.
Tuttavia, è lecito chiedersi se questa rappresentazione colga tutta la complessità della situazione.
L’introduzione di un cobot su una linea di montaggio non significa solo affiancare un operaio a una macchina, ma anche introdurre un sistema che può dettare il ritmo di lavoro, monitorare le prestazioni e raccogliere dati in modo continuo. La “collaborazione” rischia di trasformarsi in una forma di controllo più sottile e pervasiva, dove il lavoratore umano deve adattarsi alla velocità e all’efficienza implacabile della macchina.
L’adozione dei cobot, quindi, non è solo una questione tecnologica, ma anche organizzativa e sociale. Mentre le aziende li adottano per la loro flessibilità e il minor costo di integrazione rispetto ai robot tradizionali, l’impatto reale sulla qualità del lavoro e sull’autonomia dei lavoratori resta un tema aperto. Questa spinta verso forme di automazione sempre più integrate con il lavoro umano non è casuale, ma è la risposta a una delle narrazioni economiche più potenti degli ultimi anni.
La questione della ‘carenza di manodopera’
La giustificazione più comune addotta dalle aziende e dagli analisti di settore per spiegare questa corsa all’automazione è la ‘carenza di manodopera’. Secondo Alex Shikany, vicepresidente esecutivo di A3, la domanda di robot è in ripresa nonostante l’incertezza economica perché le aziende vedono nell’automazione una soluzione strategica a lungo termine per far fronte a problemi strutturali.
Ma cosa si intende esattamente con ‘carenza di manodopera’?
Si tratta di una reale assenza di persone disponibili a lavorare, o piuttosto di una mancanza di persone disposte a lavorare per i salari e alle condizioni offerte?
L’investimento in robotica può essere interpretato anche come una leva strategica per le aziende per aggirare le richieste di salari più alti e migliori condizioni di lavoro. Invece di competere sul mercato del lavoro aumentando la propria offerta, alcune aziende scelgono di investire in capitale tecnologico, riducendo così la loro dipendenza dai lavoratori e, di conseguenza, il potere contrattuale di questi ultimi.
La narrazione della carenza di manodopera, in quest’ottica, diventa una comoda giustificazione per una scelta che ha profonde implicazioni sulla distribuzione della ricchezza prodotta.
Un discorso simile vale per il ‘reshoring’. L’idea di riportare la produzione manifatturiera in Nord America è politicamente attraente, perché promette nuovi posti di lavoro e una maggiore sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Tuttavia, i dati sull’automazione suggeriscono che le fabbriche che stanno tornando o nascendo non saranno come quelle del passato. Saranno impianti ad alta intensità tecnologica, dove poche decine di tecnici specializzati potrebbero supervisionare il lavoro di centinaia di robot.
I nuovi posti di lavoro creati potrebbero non essere sufficienti a compensare quelli che l’automazione stessa rende superflui, e potrebbero richiedere competenze molto diverse da quelle della forza lavoro tradizionale.
Questo scarto di competenze trasforma la “carenza di manodopera” da problema numerico a problema qualitativo. Non serve più solo riempire turni, ma tracciare e valorizzare skill tecniche rare e costose. Diventa quindi strategico evolvere i sistemi di gestione delle risorse umane (HR), trasformandoli in piattaforme di talent intelligence capaci di mappare le certificazioni necessarie per operare sui nuovi impianti e pianificare percorsi di upskilling continuo per la forza lavoro esistente.
L’accelerazione degli ordini di robot non è quindi solo un indicatore di salute economica o di innovazione tecnologica. È il segnale di una profonda rinegoziazione dei rapporti di forza tra capitale e lavoro, mascherata da un discorso sull’efficienza e la necessità.
Le decisioni di investimento prese oggi dalle grandi aziende stanno plasmando non solo le fabbriche del futuro, ma anche la società che le circonda.
I numeri mostrano chiaramente la direzione in cui si sta muovendo il capitale, ma lasciano del tutto aperta la domanda su quali saranno le conseguenze per chi, in quelle fabbriche, ci lavora e ci lavorerà.



