L’intelligenza artificiale ha raggiunto la creatività umana media secondo uno studio di Nature

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Alcuni sistemi di intelligenza artificiale generativa in test specifici hanno superato le prestazioni dell’essere umano medio, pur rimanendo distanti dai livelli dei più dotati.

L’intelligenza artificiale ha raggiunto la creatività umana media secondo uno studio di Nature
[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:

Un nuovo studio ha confrontato la creatività di 100000 persone con modelli IA come GPT-4 I risultati indicano che l intelligenza artificiale supera le prestazioni di un umano medio in compiti specifici Tuttavia le persone più creative ottengono ancora punteggi superiori suggerendo che l IA sarà uno strumento di collaborazione piuttosto che un sostituto

La creatività media è stata raggiunta

Un’idea a lungo considerata quasi un dogma nel rapporto tra esseri umani e tecnologia è che la creatività fosse un’ultima, invalicabile frontiera, un tratto distintivo della nostra specie che le macchine non avrebbero mai potuto replicare.

Oggi, questa certezza appare meno solida.

Uno studio di vasta portata, pubblicato dal gruppo Nature, ha messo a confronto le capacità creative di oltre 100.000 persone con quelle dei più noti sistemi di intelligenza artificiale generativa, come ChatGPT, Claude e Gemini. I risultati indicano che, in specifici compiti legati alla creatività linguistica, alcuni di questi modelli sono ormai in grado di superare le prestazioni di un essere umano medio.

È una conclusione che merita di essere analizzata con attenzione, perché non racconta una semplice storia di superamento tecnologico, ma descrive piuttosto una ridefinizione complessa di cosa significhi essere creativi.

La ricerca, condotta da un gruppo di accademici dell’Université de Montréal e della Concordia University, si è basata su un metodo ben preciso per misurare una componente fondamentale della creatività: il pensiero divergente. Questa capacità consiste nel generare idee diverse e originali a partire da un singolo stimolo. Per valutarla, i ricercatori hanno utilizzato il Divergent Association Task (DAT), un test psicologico consolidato che chiede ai partecipanti di elencare dieci parole il più possibile slegate tra loro dal punto di vista semantico.

Un esempio di risposta ad alta creatività potrebbe includere termini come “galassia, forchetta, libertà, alga, armonica, quanto, nostalgia, velluto, uragano, fotosintesi”. Si tratta di un esercizio che, pur nella sua semplicità, si è dimostrato un buon indicatore di abilità creative più ampie, come la scrittura, la generazione di idee e la risoluzione di problemi.

L’esperimento non si è però limitato a questo test. Sia agli umani che alle intelligenze artificiali è stato chiesto di cimentarsi anche in prove di scrittura creativa più strutturate, come la composizione di haiku, la sintesi di trame di film e la stesura di brevi racconti di finzione. Proprio dall’analisi comparata di queste diverse prove è emerso un quadro sfaccettato e per nulla scontato, che va oltre la semplice competizione tra uomo e macchina.

I risultati di questo imponente esperimento hanno mostrato una realtà più complessa di quanto ci si potesse aspettare, delineando una nuova linea di demarcazione tra intelligenza umana e artificiale.

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Una soglia superata, ma con un’importante distinzione

L’esito più sorprendente della ricerca è che alcuni modelli di intelligenza artificiale, in particolare GPT-4, hanno ottenuto punteggi medi nel test DAT superiori a quelli della maggior parte dei partecipanti umani. È un dato significativo, perché dimostra che le macchine hanno effettivamente superato una soglia considerata per lungo tempo appannaggio esclusivo dell’essere umano.

Tuttavia, è proprio analizzando i dati più a fondo che emerge l’aspetto più interessante. Quando i ricercatori hanno spostato l’attenzione dalle prestazioni medie a quelle di eccellenza, la situazione si è capovolta. La metà più creativa dei partecipanti umani ha ottenuto risultati superiori a qualsiasi modello di intelligenza artificiale testato, e il divario è diventato ancora più ampio se si considera il 10% delle persone con i punteggi più alti.

In altre parole, l’intelligenza artificiale sembra essersi posizionata al centro della distribuzione delle capacità creative umane, superando la media ma rimanendo ben distante dai picchi di originalità e ingegno che caratterizzano le persone più creative. Come ha spiegato Karim Jerbi, uno dei professori a capo della ricerca, sebbene questi sistemi possano eguagliare la creatività umana media in compiti ben definiti, non riescono ancora a raggiungere i livelli toccati dagli esseri umani più dotati.

Un’altra scoperta fondamentale dello studio riguarda la natura stessa della creatività artificiale: non è una caratteristica fissa, ma può essere modellata e influenzata in modo decisivo. I ricercatori hanno osservato che la regolazione di un parametro tecnico chiamato “temperatura”, che controlla il grado di prevedibilità o di audacia delle risposte generate dal modello, ha un impatto diretto sulla produzione creativa.

– Leggi anche: Intelligenza artificiale la scommessa personale dei CEO per il futuro delle aziende

Temperature più basse producono risultati più convenzionali e sicuri, mentre temperature più alte generano risposte più varie, imprevedibili ed esplorative.

Anche le istruzioni fornite al sistema, il cosiddetto “prompting”, giocano un ruolo determinante. Ad esempio, quando ai modelli è stato chiesto di riflettere sull’origine e l’etimologia delle parole, la loro capacità di creare associazioni inaspettate è aumentata, migliorando i punteggi di creatività. Al contrario, strategie apparentemente logiche, come chiedere di usare parole opposte, si sono rivelate controproducenti, perché gli opposti, come “caldo” e “freddo”, sono concettualmente molto vicini.

Questo dimostra che la creatività dell’intelligenza artificiale dipende in larga misura dalla guida umana, dall’interazione e dalla qualità delle istruzioni fornite. Non si tratta di una forza autonoma, ma di uno strumento la cui efficacia è legata a chi lo utilizza. Proprio perché la qualità dell’output dipende dalla precisione della guida umana, si può dedurre che il massimo potenziale tecnologico si esprima attraverso lo sviluppo di intelligenze artificiali su misura, calibrate con parametri specifici per rispondere a contesti linguistici o operativi unici.

Questa dipendenza apre interrogativi profondi sul futuro delle professioni creative e sul ruolo che queste tecnologie avranno nel nostro lavoro e nella nostra cultura.

Uno strumento, non un sostituto

La domanda che in molti si pongono di fronte a questi progressi è se l’intelligenza artificiale finirà per sostituire i professionisti della creatività.

Secondo gli autori dello studio, la risposta è più sfumata di un semplice “sì” o “no”.

Piuttosto che segnare la fine delle carriere creative, questi sviluppi suggeriscono un futuro in cui l’intelligenza artificiale diventerà uno strumento di collaborazione, capace di amplificare l’immaginazione umana anziché rimpiazzarla. Il professor Jerbi ha sottolineato che, invece di alimentare un senso di competizione, dovremmo considerare l’IA generativa come un potente alleato al servizio della creatività umana, in grado di trasformare profondamente il modo in cui le persone immaginano, esplorano e creano.

Questa prospettiva trova eco anche in analisi esterne al mondo accademico. Il World Economic Forum, ad esempio, ha osservato che, con l’espansione delle capacità dell’intelligenza artificiale, la necessità di una creatività autenticamente umana diventa ancora più pressante.

Esiste infatti il rischio concreto che un uso superficiale e non guidato di questi strumenti, magari spinto da logiche di pura efficienza economica da parte delle grandi aziende, possa portare a un appiattimento culturale, a una “omogeneità di marchio” in cui l’originalità viene sacrificata sull’altare dell’automazione. In un contesto simile, le qualità umane come l’intuizione, l’empatia e la capacità di creare connessioni sorprendenti e significative diventano ancora più preziose.

In definitiva, questa ricerca ci costringe a riconsiderare cosa intendiamo per “creatività”. Non si tratta di una qualità singola e monolitica, ma di un insieme di capacità complesse che si manifestano a diversi livelli. L’intelligenza artificiale ha dimostrato di poter eccellere in alcuni aspetti, come la ricombinazione di elementi esistenti per generare nuove associazioni.

Tuttavia, l’eccellenza creativa, specialmente in ambiti più ricchi e complessi come la poesia, la narrazione o l’arte, sembra rimanere un territorio distintamente umano, legato all’esperienza vissuta, alla cultura e alla profondità emotiva. Il rapporto tra creatività umana e artificiale sembra quindi destinato a essere di collaborazione piuttosto che di sostituzione, con la tecnologia che espande le possibilità e l’immaginazione umana che continua a essere la fonte ultima dell’innovazione e dell’originalità.

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