India mercato strategico, l’analisi di Deloitte sulle opportunità per le imprese italiane

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Il paese asiatico, forte di una crescita economica robusta e di una popolazione giovanissima, offre ampie opportunità in settori come la manifattura avanzata, le infrastrutture urbane, la bioeconomia e l’intelligenza artificiale.

India mercato strategico, l’analisi di Deloitte sulle opportunità per le imprese italiane
[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:

L'India rappresenta uno dei mercati a più alta crescita, con un PIL stimato al 6,2% e 470 miliardi di investimenti esteri. Un'analisi di Deloitte, in collaborazione con ISN e AMPA, individua quattro settori chiave per le imprese italiane: manifattura avanzata, infrastrutture urbane, bioeconomia e intelligenza artificiale, in un contesto di rafforzate relazioni diplomatiche ed economiche con l'Italia.

L’India è un mercato strategico, ma per chi?

L’idea che l’India rappresenti una delle più grandi opportunità economiche del nostro tempo non è nuova, ma i dati recenti le conferiscono una concretezza e un’urgenza che è difficile ignorare. Secondo le proiezioni, entro il 2026 il paese potrebbe diventare la quarta economia più grande del mondo, un traguardo spinto da una crescita del Prodotto Interno Lordo stimata al 6,2% e da un flusso di investimenti diretti esteri che nell’ultimo decennio ha raggiunto i 470 miliardi di dollari.

Questi numeri, contenuti in un’analisi approfondita del Public Policy & Stakeholder Centre di Deloitte e riportata da Associated Medias, non descrivono semplicemente un mercato in espansione, ma un riassetto degli equilibri economici globali. L’India, infatti, genera da sola oltre il 17% della crescita del PIL mondiale, pur rappresentando solo l’8,5% dell’economia del pianeta, un dato che ne chiarisce il ruolo di motore dello sviluppo internazionale.

Il potenziale di questo gigante asiatico non è solo economico, ma anche demografico. Con una popolazione di 1,4 miliardi di persone e una delle forze lavoro più giovani al mondo, il paese dispone di una base solida per un’espansione duratura. Si stima che entro il 2047 la classe media indiana arriverà a costituire circa il 60% della popolazione, un’evoluzione che promette di ampliare in modo esponenziale la domanda di beni e servizi in innumerevoli settori.

In questo contesto, l’Unione Europea e l’Italia osservano con un misto di interesse e cautela, consapevoli che un’area economica congiunta UE-India rappresenterebbe quasi due miliardi di consumatori e il 20% del PIL globale. Eppure, al di là delle cifre imponenti e delle dichiarazioni di intenti, la domanda che si pongono molte aziende italiane è più pragmatica.

Come si traduce questa enorme opportunità in possibilità concrete e, soprattutto, accessibili?

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I settori chiave e le promesse di un mercato complesso

L’analisi di Deloitte, presentata durante un evento istituzionale organizzato in collaborazione con International Strategic Network (ISN) e l’agenzia di stampa Associated Medias Press (AMPA), prova a rispondere a questa domanda identificando quattro ambiti principali dove le imprese italiane potrebbero trovare terreno fertile.

Il primo è quello della manifattura avanzata, un settore che entro il 2035 potrebbe superare il 25% del PIL indiano e creare oltre 100 milioni di posti di lavoro qualificati. L’obiettivo del governo indiano è posizionare il paese tra i primi tre hub mondiali per la produzione industriale ad alto contenuto tecnologico, un’ambizione che apre spazi per le competenze italiane.

C’è poi il capitolo delle infrastrutture urbane: si stima che l’India avrà bisogno di investimenti per 840 miliardi di dollari entro il 2047 per modernizzare le sue città, un fabbisogno che riguarda l’ingegneria, l’edilizia, l’energia e lo sviluppo di tecnologie per le cosiddette “smart cities”.

Un altro settore di grande interesse è la bioeconomia, che in India ha registrato una crescita impressionante, passando da un valore di 10 miliardi di dollari nel 2014 a 165,7 miliardi nel 2024, arrivando a contribuire per il 4,2% al PIL nazionale. Questo ambito offre all’Unione Europea una potenziale soluzione per diversificare le catene di approvvigionamento farmaceutico, riducendo la dipendenza da altri paesi.

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Infine, c’è l’intelligenza artificiale, un dominio in cui l’India si sta affermando con rapidità, classificandosi seconda al mondo, dietro solo agli Stati Uniti, per la distribuzione di competenze. La scelta di Nuova Delhi come sede dell’AI Impact Summit nel febbraio 2026, la prima grande conferenza mondiale sull’IA nel Sud del mondo, è un segnale chiaro delle ambizioni tecnologiche del paese.

Queste aree rappresentano senza dubbio delle prospettive allettanti, ma rimane da capire se le piccole e medie imprese italiane, che costituiscono il tessuto produttivo del nostro paese, abbiano la struttura e le risorse per competere in un mercato così vasto e sfidante.

O se queste opportunità siano destinate a rimanere appannaggio delle grandi multinazionali e dei colossi della consulenza.

Le relazioni tra Italia e India, tra obiettivi ambiziosi e diplomazia

I rapporti commerciali tra Italia e India si sono effettivamente intensificati negli ultimi anni. Il commercio bilaterale tra l’Unione Europea e l’India ha quasi raggiunto i 130 miliardi di euro nel 2024, mentre quello specifico tra Italia e India si è attestato intorno ai 14 miliardi, una cifra che il governo italiano punta a portare a 20 miliardi entro il 2029.

L’Italia è già il terzo partner europeo per le esportazioni verso l’India e il quarto per le importazioni. Sul territorio indiano operano stabilmente oltre 800 aziende italiane, che impiegano circa 60.000 persone e generano un fatturato complessivo vicino ai 12 miliardi di dollari.

Questi dati testimoniano una presenza consolidata, che va oltre la semplice esportazione di prodotti e si estende a investimenti e produzioni locali.

Data la complessità e l’estensione di questo mercato, è probabile che molte imprese italiane consolideranno la propria presenza internazionale attraverso la realizzazione di siti corporate multilingua, strutturati per trasmettere autorevolezza e solidità ai nuovi partner istituzionali e commerciali indiani.

Fabio Pompei, amministratore delegato di Deloitte Italia, ha sottolineato che l’India ‘non rappresenta più soltanto una prospettiva futura, ma un potenziale mercato strategico’, mentre Andrea Poggi, responsabile del Public Policy & Stakeholder Relations Centre, ha evidenziato come la capacità di connettere attori pubblici e privati sia un fattore decisivo per cogliere le opportunità.

Anche la diplomazia gioca un ruolo fondamentale. L’ambasciatore Giovanni Castellaneta, presidente di International Strategic Network, ha affermato che la relazione tra i due paesi è entrata in una ‘matura dimensione strategica, in cui economia, tecnologia e diplomazia procedono ormai inseparabili’.

Questa maturità si riflette in una serie di iniziative parallele: le negoziazioni per un accordo di libero scambio tra UE e India, la pianificazione del corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) e l’implementazione di un piano d’azione strategico congiunto Italia-India per il periodo 2025-2029.

Tuttavia, il successo di questa complessa architettura dipenderà in gran parte dall’esito dei negoziati per l’accordo di libero scambio, che, secondo l’analisi di Deloitte, potrebbe ridurre le barriere tariffarie, migliorare l’accesso al mercato dei servizi e facilitare la mobilità dei talenti, come spiegato da Il Tempo.

Tutto questo insieme di dichiarazioni, rapporti e iniziative diplomatiche disegna un quadro coerente e ottimistico. Resta però da vedere come questa visione strategica, promossa da governi e grandi società di consulenza, si tradurrà in vantaggi tangibili per il sistema produttivo italiano nel suo complesso.

La questione, in fondo, non è se l’India diventerà un attore centrale dell’economia globale, quanto piuttosto se e come le imprese italiane, con la loro specifica dimensione e struttura, sapranno trovare un proprio spazio all’interno di questo nuovo e impegnativo assetto.

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