Secondo uno studio, le donne percepiscono l’IA come più rischiosa e la utilizzano meno, una divergenza che affonda le radici in fattori psicologici e sociali, con implicazioni significative per il mondo del lavoro e le disuguaglianze esistenti.

[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:
Una nuova ricerca su PNAS Nexus quantifica il divario di genere nella percezione dell'IA le donne la ritengono più rischiosa degli uomini con un 11% in più che crede i rischi superino i benefici Questo si traduce in un minor utilizzo di strumenti come ChatGPT e deriva da una maggiore avversione all'incertezza e preoccupazione per gli impatti sociali
Le radici della diffidenza
Per spiegare questo scetticismo, la ricerca ha individuato due fattori principali. Il primo è legato a una più generale avversione al rischio, che secondo diversi studi tende a essere più pronunciata nelle donne.
Il secondo, invece, riguarda una maggiore consapevolezza, o preoccupazione, per i potenziali danni che l’intelligenza artificiale potrebbe causare, come la perdita di posti di lavoro, la discriminazione algoritmica o l’aumento delle disuguaglianze economiche.
Beatrice Magistro, docente di governance dell’IA alla Northeastern University e autrice principale dello studio, ha spiegato che questi due elementi sono strettamente collegati.
Per misurare l’orientamento al rischio dei partecipanti, il team di ricerca ha utilizzato un test classico, ponendo domande simili a una lotteria: preferireste mille dollari sicuri o il 50 per cento di probabilità di vincerne duemila?
Le risposte hanno confermato una maggiore propensione delle donne a scegliere l’opzione certa, anche se potenzialmente meno redditizia, evidenziando una minore tolleranza per l’incertezza. Questa predisposizione generale si riflette poi nel giudizio su una tecnologia nuova e dagli esiti imprevedibili come l’IA.
Quando si parla dei potenziali danni, le donne si sono mostrate più propense a temere conseguenze concrete come la sostituzione del lavoro umano, i pregiudizi insiti negli algoritmi e l’ampliamento del divario economico.
Ancor più interessante è il fatto che, interrogate sui possibili benefici, le donne hanno mostrato maggiore incertezza: una percentuale superiore di 6-7 punti rispetto agli uomini ha risposto di “non sapere” quali fossero, e una quota superiore di 2-3 punti ha affermato che non ce ne fossero affatto.
Questa combinazione di una più acuta percezione dei rischi e una minore fiducia nei benefici contribuisce a spiegare gran parte della diffidenza. Ma c’è un elemento ancora più specifico e rivelatore che emerge dall’analisi, capace di far svanire completamente questo divario di genere.
Una questione di certezze
Il dato forse più significativo dello studio è che la differenza di percezione tra uomini e donne scompare quasi del tutto in una condizione molto particolare: quando i risultati economici positivi sono garantiti.
In altre parole, se si presenta uno scenario in cui lo sviluppo dell’intelligenza artificiale porta a un aumento sicuro e verificabile dei posti di lavoro, l’entusiasmo e il sostegno per la tecnologia diventano del tutto paragonabili tra i due generi.
Al contrario, non appena si reintroduce un elemento di incertezza sugli esiti occupazionali, lo scetticismo femminile riemerge con forza.
Sembra quindi che il nodo della questione sia proprio l’avversione all’incertezza.
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Questo sposta il centro del discorso da una presunta ostilità ideologica o da una scarsa familiarità con la tecnologia a una valutazione molto più pragmatica dei costi e dei benefici.
Non si tratta di un rifiuto della tecnologia in sé, ma di una richiesta di maggiori garanzie sui suoi impatti sociali ed economici.
La diffidenza, in quest’ottica, non appare più come un limite, ma come una forma di prudenza razionale di fronte a una trasformazione i cui contorni sono ancora in gran parte da definire.
Questo approccio cauto non nasce dal nulla, ma si inserisce in un contesto più ampio di disuguaglianze e stereotipi che hanno storicamente caratterizzato il rapporto tra donne e tecnologia.
Un divario che viene da lontano
Il fenomeno osservato nel caso dell’intelligenza artificiale non è un caso isolato, ma si inserisce in quello che viene definito il “divario di genere digitale“.
Una ricerca dei National Institutes of Health (NIH) degli Stati Uniti, come riportato in un loro articolo scientifico, ha rilevato che le donne, rispetto agli uomini, riportano in media livelli più alti di ansia legata all’IA, un atteggiamento meno positivo, un utilizzo inferiore e una minore conoscenza percepita della materia.
Questi schemi non sono nuovi e ricalcano divari di lunga data nell’adozione delle tecnologie, spesso alimentati da “stereotipi di genere che scoraggiano le donne dall’approfondire le materie STEM e dall’acquisire competenze tecnologiche”.
Le implicazioni di tutto questo sono estremamente concrete, soprattutto per il mondo del lavoro.
Se le donne rimangono più scettiche e meno propense ad adottare questi nuovi strumenti, si rischia di esacerbare le disuguaglianze di genere esistenti. I ricercatori avvertono che “questi modelli emergenti di adozione differenziale delle tecnologie di IA possono creare nuove forme di segregazione occupazionale”, che persisteranno indipendentemente dal fatto che l’IA mantenga o meno le sue promesse di efficienza e progresso.
In un’azienda che implementa massicciamente l’intelligenza artificiale, i dipendenti più rapidi ad adottarla e a sviluppare competenze specifiche potrebbero trovarsi in una posizione di vantaggio, e se questo gruppo fosse prevalentemente maschile, il risultato sarebbe un ulteriore allargamento delle disparità di carriera e retributive.
La questione, quindi, non riguarda semplicemente l’incoraggiare le donne a essere meno “ansiose”.
Come sottolineano gli studi, gli interventi psicologici volti a ridurre l’ansia da soli non sono sufficienti per colmare il divario. Il problema è sistemico e richiede di affrontare fattori strutturali come gli stereotipi, la mancanza di rappresentanza femminile nei settori tecnologici e un accesso non sempre paritario alle risorse formative.
Ignorare queste dinamiche, da parte delle aziende e delle istituzioni, non significa solo perdere un’occasione di inclusione, ma anche rischiare che una delle più grandi trasformazioni tecnologiche della nostra epoca finisca per consolidare, anziché scardinare, le disuguaglianze del passato.



