Robot umanoidi: la svolta del 2025 e il predominio della Cina

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Il significativo aumento delle installazioni nel 2025 segna il passaggio dall’uso sperimentale a quello commerciale, con la Cina che guida la corsa.

Robot umanoidi: la svolta del 2025 e il predominio della Cina
[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:
Il 2025 è l'anno di svolta per i robot umanoidi, con 16.000 unità installate che segnano il passaggio all'uso commerciale su larga scala. La Cina domina il mercato con oltre l'80% delle installazioni, guidata da aziende leader come AgiBot e Unitree Robotics. Mentre emergono nuovi modelli di business, si delinea una specializzazione tecnologica geografica a livello globale.

La svolta del 2025 e il predominio cinese

Il 2025 è stato un anno di svolta per i robot umanoidi, quelle macchine con fattezze e movenze simili alle nostre che per molto tempo sono state confinate nei laboratori di ricerca o in video dimostrativi.

Per la prima volta, si è superata una soglia simbolica e concreta: secondo i dati pubblicati da Counterpoint Research, sono state installate nel mondo 16.000 unità, un numero che segna il passaggio da una fase sperimentale a un’applicazione commerciale su più ampia scala.

Non si tratta più di prototipi da esibire nelle fiere tecnologiche, ma di macchine destinate a compiti specifici in settori come la manifattura, la logistica e l’industria automobilistica.

In questa prima fase di adozione, un dato emerge con una chiarezza quasi sorprendente: la posizione dominante della Cina, che da sola rappresenta oltre l’80 per cento di tutte le installazioni globali.

Questa concentrazione non è casuale, ma è il risultato di strategie commerciali molto decise da parte delle startup locali e di vantaggi competitivi difficili da eguagliare, legati ai costi di produzione, a una filiera integrata e a una forte domanda di automazione interna, specialmente nei settori dell’elettronica e dell’automotive.

A guidare il mercato è AgiBot, un’azienda di Shanghai che in meno di tre anni dalla sua fondazione, avvenuta nel febbraio del 2023, ha conquistato circa il 31 per cento del mercato globale, corrispondente a circa 5.000 robot. Il suo rapido successo si basa su una strategia open-source e sull’uso di vasti set di dati per addestrare i suoi modelli, impiegati in contesti che vanno dalla logistica all’intrattenimento.

Subito dopo si posiziona Unitree Robotics, con una quota del 27 per cento, che ha sfruttato la sua esperienza nella robotica quadrupede per sviluppare sistemi umanoidi a costi più contenuti, grazie a una produzione verticalmente integrata di componenti fondamentali come motori e sensori.

A seguire, con quote di mercato intorno al 5 per cento ciascuna, troviamo UBTech, i cui robot della serie Walker sono già al lavoro nelle fabbriche di automobili per compiti collaborativi, e Leju, che si appoggia a partnership strategiche come quella con Huawei Cloud per l’addestramento dei suoi sistemi.

È interessante notare come in questa classifica dei primi cinque produttori, che insieme controllano circa il 73 per cento del mercato, figuri anche Tesla. Sebbene la sua quota di mercato sia ancora contenuta, l’azienda di Elon Musk ha avuto un impatto significativo sull’intera filiera, spingendo l’innovazione soprattutto nel settore automobilistico.

Questa concentrazione di potere in poche aziende, prevalentemente cinesi, solleva però alcune domande su come si svilupperà il mercato e su quali margini di manovra rimarranno per la concorrenza internazionale.

La velocità con cui queste società sono passate dalla progettazione alla produzione di massa evidenzia un’intensità tecnologica e di capitale che potrebbe rappresentare una barriera d’ingresso notevole per nuovi attori.

Il punto, tuttavia, non è più solo quanti robot vengono prodotti, ma come e perché vengono impiegati.

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Dai prototipi alla fabbrica, ma a che prezzo?

Il dato più significativo del 2025 non è soltanto numerico, ma qualitativo. Il settore si è spostato dall’esibizione delle capacità di un singolo prototipo all’implementazione di robot in ambienti controllati e per compiti ripetibili, dove le loro prestazioni possono essere misurate e affinate in modo sistematico.

Le fabbriche e i magazzini offrono proprio questo: flussi di lavoro prevedibili, un ritorno sull’investimento calcolabile e infrastrutture di automazione già esistenti che i robot umanoidi possono integrare, piuttosto che sostituire da zero. Questo spiega perché, secondo le proiezioni, entro il 2027 logistica, manifattura e automotive rappresenteranno circa il 72 per cento delle installazioni annuali, che si stima supereranno complessivamente le 100.000 unità. In ambito logistico, si può presumere che l’impiego di automi antropomorfi troverà la sua massima espressione se integrato con un sistema di gestione magazzino avanzato, capace di ottimizzare i percorsi e la movimentazione delle merci in base alle priorità di spedizione.

Parallelamente alla vendita diretta, stanno emergendo nuovi modelli di business che potrebbero cambiare le regole di accesso a queste tecnologie. In Cina, in particolare, sta prendendo piede il modello “Robot-as-a-Service” (RaaS), che prevede il noleggio di robot per eventi, attività promozionali o servizi al dettaglio, anziché il loro acquisto.

Questo approccio abbassa la soglia di investimento iniziale per le aziende più piccole, ma al tempo stesso crea un sistema di dipendenza continua dai fornitori di tecnologia, con piattaforme dedicate alla gestione delle flotte di robot a noleggio.

– Leggi anche: Intelligenza artificiale: perché le donne sono più scettiche degli uomini. La ricerca PNAS Nexus

Si sta inoltre assistendo alla nascita di piattaforme a basso costo, come il modello Bumi di NOETIX, venduto a meno di 1.600 dollari e pensato più per l’interazione domestica che per compiti industriali. Questo apre potenzialmente a un mercato di consumo, anche se le reali capacità e l’utilità di questi dispositivi rimangono ancora da dimostrare.

Per sostenere questa espansione, i principali produttori stanno investendo massicciamente per aumentare la capacità produttiva e, di conseguenza, abbattere i costi. Aziende come Tesla e Figure AI stanno pianificando di utilizzare i robot umanoidi per assemblare altri robot e sistemi industriali, innescando un ciclo che potrebbe portare a una progressiva riduzione dei prezzi.

Se da un lato questo processo promette di rendere la tecnologia più accessibile, dall’altro rischia di consolidare ulteriormente il potere delle aziende che controllano l’intera catena del valore, dalla progettazione dei componenti alla produzione su larga scala.

Mentre in Cina la corsa è alla produzione di massa e a modelli di business innovativi, altre aree del mondo stanno percorrendo strade diverse, specializzandosi su aspetti che potrebbero definire non solo quanti robot ci saranno, ma cosa saranno in grado di fare.

Un mondo di robot, ma non tutti uguali

Sebbene la Cina sia leader indiscussa nella produzione e nell’implementazione industriale, altre regioni stanno ritagliandosi nicchie tecnologiche distinte, delineando una geografia della robotica umanoide più complessa di quanto i numeri sulla produzione possano suggerire.

Come descritto dalla pubblicazione specializzata Robot Magazine, gli Stati Uniti si stanno posizionando come leader nello sviluppo di umanoidi “cognitivi”, puntando sull’integrazione con i progressi nello sviluppo di AI di aziende come OpenAI e Google DeepMind.

Società come Tesla, Agility Robotics e 1X Technologies si concentrano su capacità di ragionamento e coordinamento, con applicazioni su larga scala nei grandi magazzini.

L’Europa, invece, si presenta come il secondo polo mondiale, con una notevole specializzazione interna: la Francia eccelle nella robotica di alta gamma e open-source, la Germania domina nel campo industriale e cognitivo, mentre i paesi del Sud Europa si stanno concentrando su applicazioni per l’ospitalità e l’assistenza agli operatori.

Questa diversificazione riflette non solo i diversi contesti normativi, ma anche le specifiche forze manifatturiere e culturali di ciascuna regione.

Giappone e Corea del Sud, infine, rimangono un punto di riferimento globale per i robot sociali ed espressivi e per i sistemi di teleoperazione, forti di decenni di esperienza e di una maggiore accettazione culturale di queste tecnologie nella vita quotidiana.

Questa specializzazione geografica, tuttavia, si scontra con la realtà di un mercato che, come visto, è già fortemente consolidato. Il fatto che cinque aziende controllino quasi tre quarti delle installazioni globali suggerisce un percorso simile a quello di altre tecnologie, dove pochi attori dominanti finiscono per definire gli standard e dettare le regole.

La fase attuale è ancora agli inizi, e come sottolinea Counterpoint, i prossimi due anni saranno decisivi: le prestazioni delle versioni prodotte in massa determineranno il ritmo di sviluppo dell’intero settore.

Per ora, l’uso dei robot umanoidi rimane concentrato in ambiti molto strutturati, e la loro diffusione su larga scala nel settore dei servizi o nelle nostre case è ancora distante.

Prima che ciò avvenga, dovranno essere superate sfide complesse legate alla destrezza, alla capacità di adattamento in ambienti imprevedibili e, naturalmente, ai costi.

Le aziende che riusciranno a bilanciare la produzione su larga scala con una continua innovazione tecnologica saranno probabilmente quelle che definiranno l’industria per i decenni a venire.

Dalle parole al codice?

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