Dietro l’aumento di queste aggressioni si celano motivazioni economiche e ideologiche, spesso orchestrate attraverso il ransomware e l’acquisto di credenziali rubate sul dark web.

[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:
Nel 2025 l'Italia ha subito un attacco informatico ogni cinque minuti, con un tasso superiore del 17% alla media globale. Il report di Tinexta Cyber evidenzia la professionalizzazione del crimine, con un boom di ransomware e furti di credenziali. Mentre il governo lancia la Strategia Nazionale, la minaccia continua a crescere, spinta da motivazioni economiche e ideologiche.
La professionalizzazione del crimine informatico
Uno degli indicatori più chiari di questa trasformazione è la crescita esponenziale degli attacchi ransomware, che nel 2025 hanno visto un incremento del 48% rispetto al periodo precedente, con un picco particolarmente significativo nel mese di luglio. Il ransomware è una tecnica con cui i criminali informatici criptano i dati di un’azienda o di una pubblica amministrazione, rendendoli inaccessibili, per poi chiedere un pagamento in cambio della chiave di decrittazione.
Si tratta di un metodo che unisce una forte pressione economica a un notevole danno reputazionale, mettendo le vittime in una posizione di estrema vulnerabilità.
Ma la richiesta di riscatto è solo l’atto finale di un processo molto più articolato, che spesso inizia in un modo sorprendentemente semplice.
Secondo le analisi, un attacco su tre ha origine dal furto di credenziali di accesso. Nome utente e password non vengono quasi mai scoperti attraverso complesse operazioni di pirateria, ma più comunemente acquistati su mercati specializzati nel dark web.
In questo contesto operano figure come gli Initial Access Broker, intermediari che si specializzano nell’ottenere accessi a reti aziendali per poi rivenderli al miglior offerente. Un gruppo criminale che intende lanciare un attacco ransomware, quindi, non deve far altro che acquistare un “pacchetto di accesso” già pronto, riducendo drasticamente i tempi e le competenze tecniche necessarie.
I dati rubati, a loro volta, alimentano un’economia sommersa dove vengono rivenduti per orchestrare nuove campagne di attacco o frodi.
Per contrastare questa automazione del crimine, le organizzazioni devono adottare sistemi di difesa altrettanto sofisticati. La capacità di identificare pattern anomali e minacce emergenti in tempo reale rappresenta un vantaggio decisivo. Soluzioni basate sullo sviluppo di intelligenza artificiale su misura consentono alle aziende di anticipare e neutralizzare gli attacchi prima che si concretizzino, trasformando i dati in uno scudo intelligente contro le offensive informatiche.
Un bersaglio non solo economico
Eppure, il profitto economico non è l’unica motivazione che spinge questi gruppi ad agire.
L’Italia è diventata anche un bersaglio significativo per l’hacktivism, ovvero attacchi informatici motivati da ragioni ideologiche o politiche. Durante la prima metà del 2025, si è assistito a un aumento di offensive dirette contro siti governativi e servizi pubblici, con l’obiettivo di renderli temporaneamente inaccessibili per dimostrare dissenso o per danneggiare l’immagine del paese a livello internazionale.
Tra le vittime di queste operazioni ci sono state anche istituzioni come l’Università La Sapienza di Roma. Questo tipo di attività sottolinea come la posizione geopolitica di un paese si rifletta direttamente sulla sua esposizione alle minacce digitali.
A conferma di una tendenza che non accenna a stabilizzarsi, i dati di gennaio 2026 indicano un ulteriore peggioramento.
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Come riportato da Check Point Research, nel primo mese dell’anno l’Italia ha subito una media di 2.403 attacchi settimanali per organizzazione, con un aumento del 3% su base annua e un valore superiore di circa il 15% rispetto alla media globale.
Secondo gli esperti, questi numeri evidenziano una vulnerabilità strutturale che riguarda tanto le infrastrutture critiche quanto i settori essenziali del paese, nonostante una resilienza organizzativa che a volte può apparire sufficiente.
Di fronte a questa pressione costante e crescente, la domanda su quali siano le contromisure messe in campo dalle istituzioni diventa inevitabile.
La risposta istituzionale e i suoi limiti
Il governo italiano ha risposto a questa emergenza con la Strategia Nazionale di Cybersicurezza (2022-2026), un piano coordinato dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), istituita nel giugno 2021. La strategia prevede l’attuazione di oltre 80 misure entro il 2026 e si basa su uno stanziamento di 623 milioni di euro destinati a rafforzare la resilienza delle infrastrutture critiche e a sviluppare servizi avanzati di gestione del rischio informatico. L’approccio mira a combinare lo sviluppo della sicurezza con la tutela dei diritti costituzionali e l’allineamento alle normative dell’Unione Europea.
Uno dei pilastri di questa strategia è il potenziamento della cosiddetta situational awareness, ovvero la capacità di monitorare costantemente gli eventi informatici e di condividere le informazioni in tempo reale tra le entità competenti, per migliorare la difesa nazionale. Un altro punto fondamentale riguarda la modernizzazione della Pubblica Amministrazione, con la migrazione verso infrastrutture cloud sicure, come il Polo Strategico Nazionale (PSN), per garantire una maggiore autonomia tecnologica. La transizione verso infrastrutture cloud sicure e moderne rappresenta però solo una parte della soluzione. Le organizzazioni che desiderano una resilienza strutturale devono anche ripensare i propri processi operativi e gestionali, integrando sistemi che garantiscano continuità operativa anche in caso di attacco. Un sistema ERP (Enterprise Resource Planning) moderno e ben architettato consente alle aziende di mantenere la continuità dei servizi critici, separando e proteggendo i dati aziendali su infrastrutture ridondanti e monitorate.
Si parla anche di adottare modelli di sicurezza “Zero Trust”, un approccio secondo cui nessun utente o dispositivo, interno o esterno alla rete, dovrebbe essere considerato attendibile di default.
La strategia delinea un percorso ambizioso, ma la sua efficacia dipenderà dalla reale capacità di tradurre questi obiettivi in azioni concrete e capillari.
Si insiste molto anche sulla necessità di sviluppare una forza lavoro qualificata attraverso programmi di formazione, come CyberChallenge.IT, e di promuovere l’autonomia tecnologica investendo in tecnologie nazionali ed europee per ridurre la dipendenza da sistemi extra-UE. Un obiettivo, quello dell’autonomia tecnologica, che si scontra però con la realtà di un mercato digitale globale dominato da un numero ristretto di grandi aziende non europee, la cui collaborazione diventa spesso indispensabile per garantire standard di sicurezza elevati. L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale ha sottolineato come la vera infrastruttura critica del paese sia diventata la fiducia digitale.
La questione per le organizzazioni italiane, pubbliche e private, non è più se subiranno un attacco, ma quando accadrà e, soprattutto, se disporranno degli strumenti e della preparazione adeguati per gestirlo.



