Il potenziale di crescita del PIL mondiale fino al 15% entro il 2035 è condizionato da sicurezza e governance, mentre il mercato del lavoro si prepara a una vasta riorganizzazione che vedrà milioni di posti trasformati e altri creati.

[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:
L'Intelligenza Artificiale promette una crescita del PIL mondiale fino al 15% entro il 2035, ma solo a precise condizioni di governance e sicurezza. Questa rivoluzione tecnologica sta ridisegnando il mercato del lavoro, automatizzando milioni di mansioni ma creandone di nuove. L'Italia, pur adottando rapidamente la tecnologia, affronta previsioni di crescita più caute e la sfida europea sul controllo delle infrastrutture.
Una promessa economica condizionata
L’intelligenza artificiale viene spesso descritta come una tecnologia capace di ridisegnare i confini dell’economia globale, e le stime più ottimistiche sembrano confermare questa percezione. Un’analisi recente suggerisce che, entro il 2035, l’adozione diffusa di queste tecnologie potrebbe portare a un incremento del Prodotto Interno Lordo mondiale fino al 15%, un impatto economico che alcuni paragonano a quello della Seconda Rivoluzione Industriale.
Questa previsione, tuttavia, non è una certezza, ma piuttosto il risultato di uno scenario ideale in cui la transizione tecnologica è accompagnata da adeguate misure di sicurezza, una solida governance e una cooperazione internazionale efficace. In assenza di queste condizioni, la crescita si ridurrebbe a una forbice molto più modesta, compresa tra l’1% e l’8%, rendendo l’intera rivoluzione molto meno trasformativa di quanto annunciato.
Lo studio “Value in Motion”, condotto da PwC, spiega che il valore economico generato dall’IA non si crea dal nulla né scompare, ma si sposta e si riconfigura tra diversi settori, aree geografiche e modelli di business. Nonostante le grandi aspettative, la realtà attuale mostra un quadro ancora interlocutorio.
A oggi, come riportato da BitMat, soltanto un amministratore delegato su otto, circa il 12% del totale, dichiara di aver già ottenuto benefici concreti sui ricavi o sui costi grazie all’implementazione dell’intelligenza artificiale. Esiste quindi un divario evidente tra il potenziale teorico della tecnologia e la sua applicazione pratica.
Alessandro Grandinetti di PwC Italia sottolinea come l’immobilismo rappresenti un costo e come le aziende che hanno già investito in governance, competenze e gestione dei dati stiano ampliando il proprio vantaggio competitivo.
Si stima che siano oltre 7.000 miliardi di euro i ricavi “in movimento”, con una pressione senza precedenti negli ultimi venticinque anni per reinventare i modelli di business in quasi tutti i settori. Eppure, a fronte di questa enorme turbolenza, solo tre CEO su dieci si dichiarano fiduciosi sull’andamento dei propri ricavi nei prossimi dodici mesi, un segnale della profonda incertezza che accompagna questa transizione.
Una trasformazione così vasta, però, non riguarda solo i bilanci delle aziende, ma tocca direttamente la vita delle persone e la struttura stessa del mercato del lavoro.
La grande trasformazione del lavoro
L’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione è forse l’aspetto più complesso e dibattuto dell’intera questione. Le analisi di Goldman Sachs, citate in un articolo di Omniavis, prevedono che entro il 2030 fino a 300 milioni di posti di lavoro a livello globale potrebbero essere interessati da processi di automazione.
Questo dato, di per sé allarmante, va però letto insieme a un altro: nello stesso periodo, si stima che potrebbero essere create circa 69 milioni di nuove opportunità lavorative, strettamente legate alla gestione delle nuove tecnologie, all’analisi dei dati e all’innovazione.
La narrazione, quindi, non è quella di una semplice sostituzione, ma di una profonda riorganizzazione delle competenze e delle professioni. Un’altra stima, proveniente da fonti governative italiane, parla addirittura di 170 milioni di nuovi posti di lavoro su scala globale, un numero che, pur nella sua diversità, conferma la dinamica di un mercato in completa ridefinizione.
Per comprendere meglio questo fenomeno, può essere utile osservare il caso degli Stati Uniti. Secondo uno studio di Vanguard, si prevede che entro il 2035 l’automazione interesserà oltre il 20% delle mansioni in tutte le occupazioni, un valore che, tradotto in termini pratici, equivale a circa un giorno lavorativo a settimana di tempo risparmiato, che potrebbe essere reinvestito in attività a maggiore valore aggiunto. Un reinvestimento che diventa possibile solo quando un sistema ERP fornisce visibilità completa sulle attività automatizzate e consente di redistribuire il tempo liberato verso compiti strategici
Questa ottimizzazione potrebbe portare a un aumento della produttività del 20% e a una crescita annua del PIL americano del 3% nel prossimo decennio, il ritmo più sostenuto dalla fine degli anni Novanta.
– Leggi anche: La ricerca di Dario Amodei e Anthropic per le linee rosse dell’IA
In quattro professioni su cinque, l’IA non sostituirà completamente il lavoratore, ma si integrerà con esso, automatizzando alcune attività e liberando tempo per altre. Si stima che, in media, il tempo risparmiato grazie a questa combinazione di automazione e innovazione possa arrivare al 43%.
Queste proiezioni, sebbene focalizzate sul mercato americano, disegnano un futuro in cui l’IA agisce più come un assistente evoluto che come un sostituto.
Ma questo modello di integrazione virtuosa è replicabile ovunque?
Le specificità economiche e sociali di ogni paese giocano un ruolo fondamentale, e il quadro italiano, ad esempio, appare decisamente diverso.
L’Italia e la via europea al controllo dell’IA
Quando si analizza la situazione italiana, le previsioni macroeconomiche sono notevolmente più prudenti. Un rapporto di Censis-Confcooperative stima che, entro il 2035, l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire alla crescita del PIL nazionale per un modesto 1,8%, pari a circa 38 miliardi di euro.
A fronte di questo beneficio contenuto, il rapporto evidenzia un rischio potenziale per 6 milioni di posti di lavoro, mentre altri 9 milioni di lavoratori vedrebbero le proprie mansioni profondamente integrate e modificate dall’IA.
Tuttavia, nonostante queste proiezioni caute, i dati sull’adozione della tecnologia da parte delle imprese italiane raccontano una storia di sorprendente rapidità. L’80% delle aziende italiane, infatti, utilizza già strumenti di IA generativa, una percentuale che raggiunge il 100% in settori come i servizi professionali e le scienze della vita.
Come spiegato da Andrea D’Acunto di EY Italia in un approfondimento di osservatorioai4pa.it, un’IA correttamente integrata non sostituisce il lavoro umano, ma lo ottimizza, permettendo ai dipendenti di concentrarsi su compiti più strategici e riducendo il tasso di abbandono, specialmente tra i più giovani.
Tra il 20% e il 25% dei lavoratori italiani utilizza già oggi strumenti di IA per attività quotidiane come la stesura di email o la preparazione di rapporti, e il 27% di loro segnala un impatto positivo sulla propria produttività, una percentuale superiore alla media mondiale del 23%.
Questa discrepanza tra le previsioni macroeconomiche e l’adozione a livello microeconomico solleva una questione più ampia, che riguarda non solo l’Italia ma l’intera Europa.
Chi controllerà le infrastrutture tecnologiche su cui si basa l’intelligenza artificiale?
Francesco Ubertini, presidente del Cineca, ha sottolineato l’importanza che il supercalcolo, la base computazionale dell’IA, rimanga un bene comune. Il rischio, altrimenti, è che il controllo di una tecnologia così pervasiva finisca nelle mani di un numero ristretto di grandi aziende private, per lo più extra-europee.
In questo senso, la trasformazione del Tecnopolo di Bologna in una delle più grandi “AI Factory” europee, finanziata con 430 milioni di euro di fondi comunitari, rappresenta un tentativo strategico di creare un ecosistema di ricerca e innovazione accessibile a imprese e istituzioni pubbliche.
L’obiettivo europeo è quello di promuovere un’intelligenza artificiale sicura, etica e aperta, che possa accelerare il progresso scientifico senza creare nuove dipendenze tecnologiche.
La disponibilità di infrastrutture, però, è solo una parte della soluzione. Il vero successo di questa transizione dipenderà dalla capacità di formare persone con le competenze adatte a governarla. Una sfida che richiede sistemi di gestione delle risorse umane ripensati, capaci di identificare, formare e trattenere i talenti necessari per questa transizione
I dati mostrano che il 58% dei lavoratori che già utilizzano l’IA nelle aziende valuta in modo eccellente i programmi di aggiornamento ricevuti, a riprova del fatto che l’investimento in formazione e reskilling è una condizione necessaria per trasformare il potenziale tecnologico in benefici economici e sociali concreti.
In definitiva, la vera preoccupazione degli amministratori delegati, come emerge dalla CEO Survey di PwC, non è tanto l’arrivo della tecnologia, quanto la velocità con cui essa cambia le regole del gioco e il timore di non riuscire a trasformare la propria organizzazione abbastanza in fretta per tenere il passo.



