La situazione del settore mostra un precario equilibrio, con dati macroeconomici di contrazione che si scontrano con l’ottimismo delle imprese e una stabilizzazione della produzione.

[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:
Il settore manifatturiero italiano inizia il 2026 in una condizione di equilibrio precario. Nonostante l'indice PMI indichi ancora una contrazione e persistano sfide come l'aumento dei costi e la debolezza della domanda, le imprese mostrano un sorprendente ottimismo. La produzione, in particolare quella artigianale, dà segnali di ripresa, alimentando la fiducia per il futuro.
Il settore manifatturiero italiano a inizio 2026
Il settore manifatturiero italiano ha iniziato il 2026 in una condizione di equilibrio precario, bilanciando una notevole capacità di tenuta interna con una serie di pressioni esterne sempre più complesse. Per capire la situazione attuale del principale motore industriale del paese, è necessario analizzare alcuni dati che, a prima vista, sembrano raccontare storie diverse, quasi contraddittorie.
Da una parte emergono segnali di debolezza persistente, dall’altra una fiducia e una disciplina organizzativa che suggeriscono una solidità di fondo. La manifattura italiana, composta da una rete capillare di oltre 486.000 imprese attive, continua a essere uno dei pilastri dell’economia nazionale, ma si trova ad affrontare incertezze sui dazi commerciali, tensioni sulle catene di approvvigionamento e una carenza di manodopera che sta diventando un problema strutturale.
Uno degli indicatori più osservati per misurare lo stato di salute del settore è il PMI (Purchasing Managers’ Index), un indice che sintetizza le aspettative dei responsabili degli acquisti delle aziende. A gennaio 2026, il PMI manifatturiero italiano si è attestato a 48,1 punti, in leggero miglioramento rispetto ai 47,9 di dicembre ma ancora al di sotto della soglia di 50 punti che separa la contrazione dalla crescita.
Questo dato, pur mostrando un rallentamento del calo, conferma che il settore si trova ancora in una fase di difficoltà, con una domanda complessiva che non riesce a ripartire in modo deciso.
Eppure, a questo dato che suggerisce una debolezza persistente, se ne contrappone un altro che racconta una storia diversa, più legata alla percezione e alla gestione interna delle singole aziende.
Un quadro a tinte contrastanti
Nonostante il quadro macroeconomico mostri ancora delle ombre, la percezione interna delle aziende manifatturiere appare sorprendentemente positiva. Secondo un’indagine dell’Osservatorio MECSPE, condotta da Nomisma nel terzo trimestre del 2025, circa il 70% delle imprese del settore ha dichiarato che i propri risultati aziendali sono in linea con gli obiettivi prefissati per l’anno.
Come descritto da Repubblica Finanza, quasi un terzo delle aziende ha espresso un livello di soddisfazione alto o molto alto, dimostrando una notevole resilienza e una forte disciplina organizzativa. Questo significa che, pur operando in un contesto di mercato difficile, molte imprese riescono a mantenere le proprie performance sotto controllo, raggiungendo i traguardi che si erano poste. Una disciplina organizzativa che diventa possibile quando le aziende dispongono di strumenti infrastrutturali robusti come un sistema ERP che fornisce visibilità completa su costi, produzione e performance rispetto ai target
Questa capacità di tenuta trova riscontro anche nei dati sulla produzione. A dicembre 2025 la produzione manifatturiera è aumentata del 3,36% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, un segnale incoraggiante di stabilizzazione.
Ma il dato forse più significativo, perché segna un’inversione di tendenza dopo un lungo periodo di difficoltà, riguarda la produzione artigianale e delle piccole imprese. Nel quarto trimestre del 2025, questo segmento fondamentale del tessuto produttivo italiano è tornato a crescere per la prima volta in tre anni, registrando un +0,8% e mettendo fine a una lunga fase di contrazione, come riportato da Confartigianato.
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Si tratta di un segnale importante, perché suggerisce che anche le realtà più piccole e forse più esposte alle fluttuazioni del mercato stanno ritrovando un percorso di crescita.
Questa stabilizzazione, tuttavia, non avviene in un contesto privo di ostacoli.
Al contrario, le imprese devono fare i conti con una serie di problemi che ne limitano il potenziale di sviluppo e che potrebbero frenare la ripresa nel medio termine.
I segnali di stabilizzazione e i problemi strutturali
Se la produzione dà segni di ripresa, le sfide che le aziende devono affrontare restano complesse e di diversa natura. La debolezza della domanda, sia interna che estera, continua a essere il problema principale, come confermano i dati del PMI che indicano un calo dei nuovi ordini e delle esportazioni.
Sebbene questo calo sia più moderato rispetto ai mesi precedenti, l’incertezza sui mercati internazionali pesa sulle decisioni aziendali. Circa la metà delle imprese intervistate si è detta preoccupata per l’impatto dei dazi e per l’evoluzione delle condizioni commerciali globali.
Un’analisi del Centro Studi di Confindustria ha evidenziato come le esportazioni italiane siano diminuite dell’1,9% nel quarto trimestre del 2025, a conferma di un rallentamento del commercio internazionale.
Un altro elemento di forte pressione è l’aumento dei costi delle materie prime. Nonostante la domanda debole, che solitamente dovrebbe portare a un calo dei prezzi, i costi degli input produttivi sono aumentati al ritmo più rapido degli ultimi tre anni.
Questo fenomeno, spinto dall’aumento dei prezzi di alcune commodity a livello globale, mette le aziende in una posizione difficile: sono costrette ad aumentare i prezzi di vendita per non erodere i margini, ma farlo in un mercato competitivo e con una domanda fiacca è molto rischioso.
Infine, emerge un problema che sta diventando sempre più strutturale per l’economia italiana: la difficoltà nel reperire e trattenere manodopera qualificata. Le aziende segnalano una carenza di competenze specifiche, un vincolo che l’industria considera critico per sostenere i percorsi di crescita futuri.
È interessante notare come, nonostante queste difficoltà, l’occupazione sia l’unica area che ha mostrato una crescita costante, sebbene contenuta. Le aziende continuano ad assumere, ma con grande cautela, probabilmente per non perdere personale qualificato in un mercato del lavoro sempre più competitivo.
Questa combinazione di sfide delinea un percorso a ostacoli, che le imprese sembrano però affrontare con una fiducia inaspettata.
L’ottimismo delle imprese e il rapporto con la politica
Considerando le difficoltà legate alla domanda e ai costi, potrebbe sorprendere scoprire che il livello di fiducia tra gli imprenditori del settore è ai massimi da quasi cinque anni. Questo ottimismo non sembra basarsi tanto sulle condizioni attuali del mercato, quanto sulla fiducia nelle proprie strategie future, come il lancio di nuovi prodotti, la speranza di una riduzione dei costi di finanziamento e una graduale ripresa del settore.
I modelli macroeconomici di Trading Economics prevedono che il PMI manifatturiero possa tornare sopra la soglia dei 50 punti, a 51,50, entro la fine del trimestre in corso, e che la produzione si stabilizzi intorno a una crescita dell’1,60% nel 2027. Oltre la metà dei produttori prevede una stabilità delle esportazioni per i prossimi due anni, mentre il 28% si aspetta addirittura una crescita.
È un punto fondamentale per comprendere la mentalità di una parte significativa del tessuto produttivo italiano: l’innovazione e la competitività tecnologica sono viste come le vere leve per la crescita, più che gli incentivi statali.
Le aziende stanno investendo in modo selettivo dove le condizioni di mercato lo giustificano, dando priorità alla tecnologia e alle competenze della forza lavoro per creare valore aggiunto. Questo approccio spiega anche il giudizio piuttosto critico espresso da molte aziende riguardo alle misure di sostegno del governo. Circa il 55% degli imprenditori ha definito insufficienti le disposizioni previste dalla Legge di Bilancio 2026, un giudizio che fa seguito alle critiche già mosse in precedenza al piano Transizione 5.0.
Secondo i rappresentanti del settore, sebbene gli strumenti di sostegno agli investimenti rimangano importanti, la manifattura italiana deve sviluppare la capacità di crescere senza dipendere esclusivamente dai sussidi. L’investimento deve essere guidato dalla convinzione che la tecnologia porti un miglioramento reale e un vantaggio competitivo, non dalla semplice opportunità di accedere a un incentivo. Una tecnologia che, per essere efficace nel contesto manifatturiero italiano, deve spesso essere sviluppata come intelligenza artificiale su misura sul specifico contesto produttivo, piuttosto che adottata come soluzione generica.
Resta da vedere se queste politiche su larga scala siano realmente calibrate per sostenere la vasta e diversificata platea di piccole e medie imprese che costituiscono la spina dorsale del settore, o se, come spesso accade, finiscano per avvantaggiare principalmente i gruppi industriali più grandi e già strutturati.
Il settore manifatturiero italiano del 2026 si presenta quindi come un sistema complesso, in cui la disciplina operativa e la resilienza delle singole imprese si scontrano con le incertezze del commercio globale, la pressione dei costi e le sfide strutturali del mercato del lavoro. La traiettoria futura dipenderà in gran parte da come i produttori sapranno gestire i rischi esterni, continuando a investire nella propria capacità di innovare per rimanere competitivi in un contesto globale sempre più imprevedibile.



