Nonostante i benefici concreti sulla produttività aziendale siano per ora contenuti, riflettendo la fase iniziale di implementazione, quasi il 70% delle aziende sta già integrando questi strumenti

[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:
Quasi il 70% delle aziende adotta l’intelligenza artificiale spinta da un forte ottimismo dei dirigenti, che prevedono aumenti di produttività e raddoppieranno gli investimenti entro il 2026. Tuttavia, l’impatto sull’occupazione genera visioni contrastanti e cresce la pressione sui CEO per dimostrare il ritorno economico, navigando tra ansie da performance e la sfida del valore concreto.
L’ottimismo dei dirigenti e l’adozione diffusa
Nonostante la narrazione pervasiva di una rivoluzione tecnologica in corso, i benefici concreti e misurabili dell’intelligenza artificiale sulla produttività aziendale rimangono, per ora, contenuti. Eppure, questo non sembra scalfire l’ottimismo dei dirigenti delle principali economie mondiali, che prevedono un’accelerazione significativa nei prossimi tre anni.
Un’approfondita ricerca internazionale che ha coinvolto quasi 6.000 dirigenti verificati in quattro paesi, ha rilevato che quasi il 70% delle aziende sta già utilizzando una qualche forma di intelligenza artificiale, superando la fase di sperimentazione per integrare questi strumenti nei flussi di lavoro quotidiani. Questa prudenza nei risultati attuali sembra riflettere più la fase iniziale di implementazione che un fallimento della tecnologia stessa, un dato che si scontra con lo scetticismo iniziale sulla reale capacità di questi investimenti di generare ritorni significativi.
L’adozione dell’AI attraversa oggi diverse aree all’interno delle organizzazioni. La generazione di testi basata su modelli linguistici di grandi dimensioni è la più comune, presente nel 41% delle aziende, seguita dall’elaborazione di dati tramite machine learning (28%) e dalla creazione di contenuti visivi (29%).
Questa diffusione, però, è solo la premessa di ciò che i vertici aziendali si aspettano per il prossimo futuro. Le proiezioni indicano un aumento medio della produttività dell’1,4% e della produzione dello 0,8% nei prossimi tre anni.
Per le economie che da oltre un decennio lottano con una crescita stagnante della produttività, queste cifre, sebbene apparentemente modeste, rappresentano un progresso notevole, specialmente se considerate nel loro effetto cumulativo su interi settori.
La fiducia è tale che le aziende prevedono di raddoppiare la loro spesa in intelligenza artificiale nel 2026, passando dallo 0,8% a circa l’1,7% dei ricavi, per un investimento globale stimato in 500 miliardi di dollari, come descritto in una analisi della Conference Board. Una cifra che riflette più una scommessa sul futuro che una risposta a risultati già consolidati.
Ma se l’impatto sulla produttività è l’oggetto di grandi aspettative, quello sull’occupazione continua a essere la principale fonte di preoccupazione.
Il nodo dell’occupazione e le diverse percezioni
La questione dell’impatto sul lavoro, spesso l’aspetto più controverso nelle discussioni sull’intelligenza artificiale, viene affrontata dai dirigenti con una previsione di moderata riduzione degli organici: un calo dello 0,7% in media nei quattro paesi analizzati, da qui a tre anni.
È importante notare, tuttavia, che nel Regno Unito circa due terzi di questa contrazione dovrebbero avvenire attraverso un rallentamento delle assunzioni piuttosto che con licenziamenti veri e propri. Questo suggerisce un modello di riallocazione graduale del lavoro, diverso dalle ondate di automazione del passato.
Le cifre aggregate, inoltre, spesso non tengono conto della creazione di nuove posizioni lavorative in ruoli complementari, come la governance dei dati, la supervisione dei modelli, il “prompt engineering” e lo sviluppo di servizi abilitati dall’AI. Ruoli che richiedono una visibilità completa sui processi aziendali, spesso garantita da infrastrutture come un sistema ERP moderno e integrato.
Ciò che emerge con chiarezza è una netta divergenza di vedute tra chi dirige le aziende e chi ci lavora. Mentre i dirigenti statunitensi prevedono una riduzione dell’occupazione dell’1,2%, i dipendenti, intervistati separatamente, si aspettano un aumento dello 0,5%.
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I ricercatori attribuiscono questo divario al fatto che i dirigenti osservano la situazione dal punto di vista delle strutture di costo e delle pressioni competitive, mentre i dipendenti vivono l’impatto della tecnologia a livello di singole mansioni, spesso come un potenziamento delle proprie capacità.
D’altra parte, come evidenziato da un sondaggio della Society for Human Resource Management (SHRM) su 116 CEO, il 75% prevede riduzioni della forza lavoro, ma allo stesso tempo l’87% ritiene che l’aggiornamento e la riqualificazione delle competenze guidati dall’AI diventeranno una prassi comune nel 2026.
Questa discrepanza tra percezioni solleva però una domanda fondamentale:
al di là delle aspettative, quali sono i risultati tangibili che le aziende stanno effettivamente ottenendo oggi?
La sfida del valore e le ansie dei CEO
Nonostante l’ottimismo, la dimostrazione pratica del valore generato dall’intelligenza artificiale è ancora un obiettivo per molte aziende. Secondo il CEO Survey 2026 di PwC, solo il 30% degli amministratori delegati ha dichiarato di aver ottenuto risultati concreti dall’adozione dell’AI sotto forma di maggiori ricavi negli ultimi dodici mesi. Sul fronte dei costi, il 26% ha riportato una diminuzione, ma il 22% ha registrato addirittura un aumento.
La maggior parte, il 56%, non ha visto né un incremento dei ricavi né una riduzione dei costi, come si legge nel rapporto completo. Questa difficoltà nel tradurre gli investimenti in risultati misurabili sta ridefinendo le priorità ai vertici delle aziende: la misurazione del ritorno sull’investimento (ROI) dell’AI è diventata la preoccupazione principale per il 41% dei dirigenti.
Questo spostamento di focus indica un passaggio dalla fase di sperimentazione a quella di integrazione su larga scala, dove i ritorni devono essere dimostrabili. Parallelamente, cresce l’ansia legata alla tecnologia stessa. Il 30% dei CEO a livello globale identifica l’AI come il principale fattore sociale, demografico o tecnologico che potrebbe avere un impatto negativo sulla propria attività, superando la polarizzazione politica e i cambiamenti nel comportamento dei consumatori.
L’ansia è anche personale: secondo uno studio del Boston Consulting Group, la metà di tutti gli amministratori delegati ritiene che il proprio posto di lavoro sia a rischio se gli investimenti in AI non dovessero produrre i risultati sperati.
La dimensione umana, infine, si rivela centrale per il successo. Al di là delle sfide tecniche, il 27% dei CEO sottolinea l’importanza di migliorare la cultura aziendale per favorire l’adozione dell’AI, riconoscendo che le persone sono il perno per sfruttarne appieno il potenziale.
Le competenze richieste stanno cambiando a una velocità superiore del 66% nelle professioni esposte all’AI rispetto ad altri settori, secondo il Global AI Jobs Barometer di PwC, citato in un approfondimento del World Economic Forum.
In questo contesto di profonda trasformazione, i dirigenti si trovano a dover bilanciare un’enorme pressione verso l’innovazione con la necessità di produrre valore concreto, navigando in un territorio ancora in gran parte inesplorato.



