La profonda trasformazione, guidata dalla visione del suo fondatore Robin Li, punta a renderla un colosso dell’IA, ma deve affrontare le sfide della competizione globale, delle restrizioni tecnologiche e delle rigide normative cinesi.

[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:
Baidu, il colosso fondato da Robin Li, si trasforma da motore di ricerca a gigante dell'intelligenza artificiale. Con il suo modello ERNIE Bot, l'azienda cinese affronta la competizione globale e le sfide normative, puntando a un'IA più efficiente ed economica per consolidare la propria influenza tecnologica in Cina e nel mondo.
La scommessa obbligata sull’intelligenza artificiale
Di fronte a un contesto in rapida evoluzione, la svolta verso l’intelligenza artificiale non è stata tanto una scelta, quanto una necessità. Già da quasi un decennio Baidu investe in settori come il cloud computing, la guida autonoma con il progetto Apollo e i sistemi di assistenza vocale.
Ma è stato il lancio di ChatGPT da parte di OpenAI alla fine del 2022 a imprimere un’accelerazione improvvisa e quasi febbrile a questi sforzi. Il mondo intero si è reso conto che l’intelligenza artificiale generativa non era più una tecnologia futuribile, ma una realtà concreta con un potenziale dirompente.
Per Baidu, restare indietro non era un’opzione.
La risposta è arrivata nel marzo 2023 con la presentazione di ERNIE Bot (Enhanced Representation through Knowledge Integration), il modello linguistico di grandi dimensioni (LLM) sviluppato internamente. Il lancio, avvenuto in un evento trasmesso in streaming, fu accolto con una certa freddezza dai mercati, che giudicarono la presentazione poco convincente e basata su demo pre-registrate.
Ciononostante, Baidu ha continuato a investire e a sviluppare il suo modello, integrandolo progressivamente nel suo motore di ricerca e in altri prodotti. La strategia è chiara: trasformare Baidu da un luogo dove si cercano informazioni a un luogo dove si ottengono risposte e si creano contenuti, sfruttando le capacità generative dell’IA.
Questa transizione, però, solleva interrogativi complessi.
Sviluppare modelli di intelligenza artificiale all’avanguardia richiede enormi risorse computazionali, che a loro volta dipendono da chip avanzati, il cui accesso è sempre più limitato dalle restrizioni commerciali imposte dagli Stati Uniti. Sebbene Baidu stia sviluppando i propri semiconduttori, la dipendenza dalla tecnologia occidentale rimane un punto debole.
Inoltre, operare in Cina significa muoversi all’interno di un quadro normativo molto stringente. Il governo cinese ha emanato regole severe sull’intelligenza artificiale generativa, richiedendo che i contenuti prodotti siano in linea con i “valori socialisti fondamentali” e non mettano in discussione l’autorità dello Stato.
Questo impone a Baidu un delicato equilibrio tra innovazione tecnologica e conformità politica, un vincolo che le sue controparti occidentali non hanno, almeno non nella stessa misura. La corsa all’intelligenza artificiale, però, non si vince solo con la tecnologia, ma anche con la sostenibilità economica. E proprio su questo punto Li sembra avere le idee molto chiare.
Un’intelligenza artificiale più economica, ma per chi?
Secondo Robin Li, uno dei principali ostacoli alla diffusione su larga scala dell’intelligenza artificiale non è la capacità tecnica, ma il costo. In un intervento al World Governments Summit, ha sottolineato come l’addestramento e l’esecuzione dei modelli di IA attuali siano estremamente dispendiosi.
La sua visione per il futuro, quindi, si concentra sullo sviluppo di un’intelligenza artificiale più efficiente e, di conseguenza, più economica. L’obiettivo non sarebbe solo quello di creare modelli sempre più potenti, ma di rendere la loro applicazione pratica accessibile a un numero molto più vasto di aziende e sviluppatori.
In teoria, abbassare i costi potrebbe democratizzare l’accesso a questa tecnologia, stimolando l’innovazione in settori che oggi non possono permettersi investimenti così ingenti.
Questa prospettiva, apparentemente pragmatica e condivisibile, apre però a una serie di riflessioni critiche. Un’intelligenza artificiale a basso costo, sviluppata e controllata da un gigante come Baidu, potrebbe finire per rafforzare ulteriormente la sua posizione dominante, creando un ecosistema in cui le alternative indipendenti faticano a emergere.
Se Baidu riesce a offrire la tecnologia di base a un prezzo stracciato, quante piccole e medie imprese sceglieranno di sviluppare soluzioni proprie invece di affidarsi alla sua piattaforma?
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Il rischio è quello di una centralizzazione ancora maggiore del potere tecnologico nelle mani di poche, grandi aziende.
Inoltre, la questione di chi beneficia realmente di questa “diffusione” della tecnologia rimane aperta. In un paese come la Cina, dove il confine tra settore privato e interesse statale è spesso labile, una tecnologia pervasiva e a basso costo potrebbe diventare uno strumento di monitoraggio e controllo sociale ancora più efficiente.
Se ogni aspetto della vita quotidiana, dalla sanità all’istruzione, fino ai servizi pubblici, viene mediato da un’intelligenza artificiale fornita da un’unica grande azienda, le implicazioni per la privacy e la libertà individuale diventano significative.
La visione di Robin Li di un’IA integrata capillarmente nella società è senza dubbio ambiziosa, ma porta con sé domande fondamentali sul tipo di futuro che si sta costruendo: un futuro di maggiore efficienza e progresso, o uno di maggiore controllo e omologazione?
La risposta, probabilmente, si trova da qualche parte nel mezzo, in un equilibrio precario che Baidu e la Cina dovranno definire nei prossimi anni.



