Il costruttore cinese Chery, dopo averli introdotti nelle concessionarie, ha iniziato a venderli direttamente al pubblico per circa 42.000 dollari.

[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:
Il costruttore cinese Chery, dopo aver usato i robot umanoidi Mornine nelle concessionarie, li mette in vendita per uso domestico. Al prezzo di 42.000 dollari, la mossa solleva interrogativi sull'utilità reale del robot nella vita quotidiana, ponendosi tra autentica innovazione tecnologica e una audace operazione di marketing per il brand.
I robot umanoidi di Chery potrebbero arrivare nei nostri salotti
Il costruttore di automobili cinese Chery ha iniziato a usare da qualche tempo dei robot umanoidi per accogliere i clienti e presentare i nuovi modelli di auto nelle sue concessionarie. La notizia, di per sé già piuttosto indicativa delle ambizioni tecnologiche dell’azienda, sembra essere però solo una parte di un piano più vasto.
Stando ad alcune recenti indiscrezioni, Chery starebbe valutando di commercializzare questi stessi robot, chiamati Mornine, direttamente al pubblico, a un prezzo che si aggirerebbe intorno ai 42.000 dollari.
Una cifra considerevole, paragonabile a quella di un’automobile di media gamma, che solleva diversi interrogativi non solo sulla strategia commerciale dell’azienda, ma anche sulla reale utilità di una tecnologia simile nella vita di tutti i giorni.
La mossa di Chery rappresenta un passo ulteriore in un percorso che vede le grandi aziende tecnologiche e industriali esplorare con sempre maggiore interesse il campo della robotica umanoide.
Fino a oggi, queste macchine erano state viste principalmente come strumenti per l’industria, la logistica o, al massimo, per l’assistenza in ambienti controllati come ospedali o centri commerciali.
L’idea di proporle come un prodotto di consumo per la casa segna un cambiamento di prospettiva importante, che merita di essere analizzato con attenzione per capire dove stia andando la tecnologia e, soprattutto, dove intenda portarci.
La storia di Mornine, prodotto dalla sussidiaria AiMOGA, inizia ufficialmente nei primi mesi del 2025, quando Chery annuncia la sua introduzione come “consulente di vendita intelligente” all’interno della propria rete di concessionari.
L’obiettivo iniziale, almeno quello dichiarato, era di migliorare l’esperienza del cliente e di proiettare un’immagine del marchio fortemente orientata all’innovazione.
Tuttavia, l’intenzione di spostare questo prodotto dall’ambito commerciale a quello domestico suggerisce che le ambizioni potrebbero essere ben più profonde di una semplice operazione di marketing.
Un consulente di vendita non del tutto umano
Il robot Mornine è stato progettato per avere un aspetto il più possibile rassicurante e familiare. Alto circa 1 metro e 70, ha sembianze femminili, con un volto dai tratti realistici e capelli biondi, e si muove in modo autonomo all’interno degli spazi espositivi.
È in grado di camminare, gesticolare e interagire verbalmente con le persone, rispondendo a domande sulle caratteristiche delle automobili, sui prezzi e sulle opzioni di finanziamento.
La sua capacità di conversazione è gestita da un modello linguistico di grandi dimensioni (LLM), simile a quelli che alimentano assistenti virtuali come ChatGPT, sviluppato in collaborazione con la società cinese di intelligenza artificiale DeepSeek. Dietro un’interazione di questo tipo c’è sempre uno strato software che deve essere progettato con cura. Lo sviluppo di applicazioni mobile e di interfacce conversazionali, ad esempio, segue gli stessi principi architetturali: definire come un sistema comprende le richieste dell’utente e costruisce risposte coerenti, indipendentemente dal fatto che l’interfaccia sia uno schermo o un corpo robotico.
L’impiego di questi robot nelle concessionarie, come descritto da diverse testate tra cui Fox News, risponde a una duplice esigenza.
Da un lato, automatizza una parte del processo di vendita, fornendo informazioni standardizzate e sempre disponibili, senza i limiti di un venditore umano. Dall’altro, funge da potente strumento di attrazione, trasformando la visita a una concessionaria in un’esperienza quasi futuristica.
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Il piano iniziale prevedeva la distribuzione di circa 220 unità nei punti vendita di tutto il mondo entro la fine del 2025, un numero sufficiente a testare la reazione del pubblico e a perfezionare la tecnologia in un ambiente reale ma controllato.
Osservando i video diffusi dall’azienda, si nota come il robot si muova con una certa cautela, con un’andatura non ancora del tutto fluida, ma sia comunque capace di eseguire compiti semplici come aprire la portiera di un’auto o indicare un dettaglio della carrozzeria.
La sua vera forza, però, risiede nell’interazione verbale: Mornine può sostenere un dialogo complesso, comprendere le richieste dei clienti e fornire risposte dettagliate, attingendo a un vasto database di informazioni sui prodotti Chery.
Questo primo impiego, per quanto limitato, è servito a dimostrare la fattibilità del progetto e, probabilmente, a preparare il terreno per il passo successivo.
L’autosalone, infatti, ora sembra essere stato solo il primo passo di una strategia molto più ampia.
Dall’autosalone al salotto di casa
L’ipotesi di vendere Mornine direttamente ai consumatori per 42.000 dollari cambia radicalmente le carte in tavola. Se il costo di un robot poteva essere giustificato come investimento di marketing per una catena di concessionarie, diventa molto più difficile da sostenere per un singolo individuo o una famiglia.
A quella cifra, si entra nel mercato di beni durevoli importanti, e la domanda sorge spontanea:
chi sarebbe il cliente tipo per un prodotto del genere?
E soprattutto, per farne cosa?
La strategia di Chery potrebbe essere interpretata in diversi modi. Una prima lettura è puramente commerciale: l’azienda potrebbe aver individuato una nicchia di mercato disposta a spendere cifre importanti per possedere una tecnologia all’avanguardia, un po’ come è accaduto agli albori dell’informatica personale o con i primi droni.
Si tratterebbe di un mercato di “early adopters”, persone facoltose e appassionate di tecnologia che fungerebbero da apripista per una futura diffusione di massa. Creare un nuovo mercato da zero è un’operazione rischiosa, ma che, in caso di successo, garantirebbe a Chery una posizione di dominio in un settore potenzialmente enorme.
Una seconda interpretazione, forse più plausibile nel breve termine, è che l’annuncio della vendita al pubblico sia esso stesso una forma di marketing evoluta. Posizionarsi come la prima azienda automobilistica a vendere robot umanoidi per la casa rafforza enormemente la percezione di Chery come marchio innovatore.
In questo senso, le vendite effettive del robot potrebbero essere un obiettivo secondario. Lo scopo principale sarebbe quello di associare il nome di Chery a un’immagine di futuro e progresso tecnologico, un valore aggiunto che si rifletterebbe positivamente anche sulla percezione delle sue automobili.
Come riportato da Electrek, il prezzo del robot era stato inizialmente paragonato a quello di un’auto, ma vederlo proposto per l’ambiente domestico sposta completamente il piano del discorso.
Al di là delle strategie di marketing e delle ambizioni commerciali, una domanda più concreta rimane però aperta: cosa dovrebbe farsene una persona di un robot umanoide da 42.000 dollari in casa?
Tra utilità reale e promesse tecnologiche
È qui che il progetto di Chery si scontra con la realtà pratica. Mentre l’utilità di un robot in un contesto industriale o commerciale è misurabile in termini di efficienza e produttività, il suo valore in un ambiente domestico è molto più difficile da definire. Le dimostrazioni attuali mostrano Mornine capace di conversare e compiere movimenti semplici, ma non è chiaro quali compiti pratici potrebbe svolgere per giustificare il suo costo.
Potrebbe aiutare con le faccende domestiche?
Assistere le persone anziane?
O si limiterebbe a essere un sofisticato assistente vocale con un corpo fisico?
La risposta dipende in larga misura da come viene progettata l’interazione tra il robot e le persone che lo circondano. È un problema di progettazione di interfacce e user experience: capire come un sistema, anche fisico, comunica con l’utente, cosa rende un’azione intuitiva e cosa invece genera frustrazione o diffidenza
Le capacità motorie dei robot umanoidi attuali sono ancora lontane dalla destrezza e dalla fluidità di un essere umano. Attività che per noi sono banali, come piegare i vestiti, cucinare o semplicemente spostarsi in una casa piena di ostacoli, rappresentano sfide tecnologiche enormi. È probabile che la prima generazione di robot domestici come Mornine avrebbe funzioni molto limitate, più simili a quelle di un compagno interattivo o di un maggiordomo digitale che a quelle di un vero e proprio aiutante fisico.
A questo si aggiungono questioni non secondarie legate alla privacy e alla sicurezza. Un dispositivo del genere, dotato di telecamere, microfoni e costantemente connesso a internet, raccoglierebbe una quantità enorme di dati sulla vita privata delle persone, sollevando legittime preoccupazioni su come queste informazioni verrebbero gestite e protette.
In definitiva, l’iniziativa di Chery si colloca in un territorio ancora inesplorato, a metà tra un’autentica visione sul futuro della tecnologia domestica e un’operazione di immagine molto ben congegnata. È innegabile che l’idea di avere un assistente umanoide in casa eserciti un fascino notevole, alimentato da decenni di fantascienza. Tuttavia, la distanza tra la promessa e il prodotto reale è ancora significativa. Il successo di Mornine e di altri robot simili dipenderà non tanto dalla loro complessità tecnologica, quanto dalla capacità dei loro produttori di rispondere a una domanda fondamentale:
Qual è il problema che questo prodotto intende risolvere?
Finché la risposta non sarà chiara, il rischio è che questi affascinanti automi rimangano poco più che costosi oggetti del desiderio, simboli di un futuro che è sempre sul punto di arrivare, ma che non arriva mai del tutto.



