Il coinvolgimento personale degli amministratori delegati spinge investimenti record, scommettendo sugli “agenti” di intelligenza artificiale.

[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:
Nonostante l'incertezza sui ritorni economici, i CEO delle maggiori aziende mondiali stanno investendo massicciamente in intelligenza artificiale, trasformandola in una priorità strategica e personale. Secondo Boston Consulting Group, il 94 per cento continuerà a investire, puntando soprattutto sugli agenti IA, sistemi autonomi che potrebbero rivoluzionare i processi aziendali e garantire profitti futuri.
Il paradosso italiano, tra ottimismo e ritardi strutturali
In Europa, l’approccio è generalmente più cauto rispetto ad altre aree del mondo, con un’attenzione particolare alla gestione del rischio e alla conformità normativa. In questo quadro, le aziende italiane si distinguono per un ottimismo sorprendente.
Un’analisi di Accenture ha rilevato che il 92 per cento dei leader aziendali italiani prevede di aumentare gli investimenti in intelligenza artificiale, posizionando l’Italia tra i paesi europei più fiduciosi, come descritto in un altro articolo di Forbes.it.
Questo entusiasmo, tuttavia, non sembra trovare corrispondenza in una preparazione adeguata.
Mentre la fiducia abbonda, i dati sulla sua implementazione pratica raccontano una storia diversa. Secondo la 29esima Global & Italian CEO Survey di PwC, il 68 per cento delle imprese italiane non ha ancora integrato l’IA nella propria direzione strategica, una percentuale sensibilmente più alta rispetto alla media globale del 53 per cento.
Manca spesso una visione chiara: il 40 per cento degli amministratori delegati italiani ammette di non avere una tabella di marcia definita per l’adozione dell’IA, quasi il doppio della media internazionale. A questo si aggiunge la percezione che gli sforzi attuali non siano sufficienti: il 43 per cento ritiene che gli investimenti odierni siano inadeguati per raggiungere gli obiettivi prefissati.
Uno degli ostacoli più significativi riguarda l’accesso e l’utilizzo dei dati interni. Il 63 per cento delle aziende italiane implementa soluzioni di IA senza avere un accesso strutturato ai propri dati e documenti, una pratica che limita gravemente il potenziale trasformativo della tecnologia. È ipotizzabile che, per superare questo limite, l’adozione di un sistema ERP moderno diventi un prerequisito fondamentale, fungendo da infrastruttura centrale capace di organizzare i dati alla fonte e renderli pronti per essere elaborati dagli algoritmi.
Oltre alle difficoltà tecniche, esiste una dimensione culturale non trascurabile. Se a livello globale solo il 9 per cento dei dirigenti riconosce l’esistenza di una cultura aziendale sfavorevole all’IA, in Italia questa percentuale sale al 27 per cento, indicando una notevole resistenza interna al cambiamento.
Le preoccupazioni degli amministratori delegati italiani, come evidenziato dal Corriere della Sera, si concentrano su temi come il cambiamento tecnologico, i dazi, la sicurezza informatica e l’inflazione, relegando forse l’adeguamento culturale a un problema secondario.
Ma le differenze di approccio non sono solo geografiche.
Chi guida e chi segue: le tre personalità dell’intelligenza artificiale
L’analisi di Boston Consulting Group ha permesso di identificare tre profili distinti di leader aziendali in base al loro atteggiamento verso l’intelligenza artificiale. Il gruppo più numeroso, che rappresenta circa il 70 per cento dei dirigenti, è quello dei Pragmatici.
Questi leader guardano all’IA con interesse, ma procedono con investimenti solo quando il valore atteso è chiaro e il rischio percepito è contenuto. Rappresentano la corrente principale, quella che avanza con cautela.
A un estremo si trovano i Pionieri (Trailblazers), che costituiscono circa il 15 per cento del totale. Sono loro a guidare trasformazioni aziendali complete basate sull’IA, con investimenti decisi e un’accelerazione nello sviluppo delle competenze della forza lavoro.
Un dato è particolarmente indicativo: i Pionieri destinano circa il 60 per cento dei loro budget per l’IA alla formazione e alla riqualificazione del personale, una quota più che doppia rispetto al 27 per cento dei Pragmatici.
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Questa scelta suggerisce una comprensione profonda del fatto che la tecnologia da sola non basta, ma deve essere accompagnata da un’evoluzione delle persone.
All’altro estremo si colloca il restante 15 per cento, i Seguaci (Followers). Questi dirigenti riconoscono il potenziale dell’IA, ma non sono pienamente convinti e procedono con investimenti iniziali frammentati e timidi.
Questa suddivisione non è una semplice classificazione accademica, ma ha implicazioni dirette e misurabili sui risultati aziendali, creando un divario sempre più ampio tra chi investe con convinzione e chi esita.
Il divario nei risultati: una scommessa che non tutti vincono
La differenza di approccio si traduce in una disparità di performance economica. Le organizzazioni che riescono ad applicare l’intelligenza artificiale su larga scala registrano margini di profitto superiori di quasi quattro punti percentuali rispetto a quelle che rimangono indietro nell’adozione. Questo non significa che l’investimento garantisca un ritorno, ma che un’applicazione strategica e ben strutturata può creare un vantaggio competitivo duraturo.
A livello globale, solo il 12 per cento degli amministratori delegati che hanno adottato l’IA in modo strutturato dichiara di aver ottenuto benefici sia in termini di riduzione dei costi sia di aumento dei ricavi. La maggior parte sperimenta solo effetti parziali o, in molti casi, nessun impatto misurabile.
I Pionieri dimostrano il loro vantaggio anche nelle strategie sugli agenti di IA. Più della metà dei loro investimenti pianificati in intelligenza artificiale è destinata proprio a questi sistemi autonomi, e queste aziende hanno più del doppio delle probabilità rispetto ai Seguaci di implementare agenti intelligenti per gestire interi flussi operativi.
Se la tendenza dei “pionieri” è quella di delegare interi processi a sistemi autonomi, si può presumere che il mercato richiederà sempre più lo sviluppo di AI su misura, in grado di riflettere le logiche di business specifiche che i modelli standard non riescono a coprire.
In questo contesto, società di consulenza come BCG delineano quelle che considerano le priorità strategiche per gli amministratori delegati: trattare l’IA come una priorità di vertice, investire sistematicamente lungo l’intera catena del valore e misurare rigorosamente l’impatto per garantire ritorni sostenibili.
Ah Si tratta di un manuale per orientarsi in una transizione complessa, che però non cancella il dubbio di fondo: in questa corsa all’investimento, alimentata più dalla paura di restare indietro che da risultati tangibili, quante aziende stanno effettivamente costruendo un vantaggio solido e quante stanno semplicemente partecipando a una costosa scommessa collettiva?



