OpenAI dichiara Codice Rosso e cambia i piani per sfidare Google

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La decisione di congelare numerosi progetti e concentrarsi sulla personalizzazione di ChatGPT deriva dalla rapida ascesa di Google Gemini e dalla necessità di contrastare la sua potente integrazione nel quotidiano degli utenti

OpenAI dichiara Codice Rosso e cambia i piani per sfidare Google
[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:

Sam Altman cerca di rispondere alla rapida ascesa di Google Gemini. Open AI ha congelato progetti secondari e pubblicità per concentrarsi sul rendere ChatGPT un assistente personale indispensabile. L'obiettivo strategico è creare un abitudine di utilizzo quotidiana negli utenti e difendere la propria posizione di mercato minacciata dal rivale di Mountain View.

Il significato del “Code Red” e la ritirata strategica

C’è stato un momento, pochi giorni fa, in cui la narrazione di invincibilità che ha circondato OpenAI per gran parte degli ultimi due anni si è incrinata visibilmente.

Non è accaduto pubblicamente, su un palco luccicante o durante una presentazione di nuovi modelli, ma all’interno dei canali di comunicazione aziendali, dove Sam Altman ha diramato un memorandum che ha il sapore dell’urgenza e, forse, di una certa apprensione.

L’azienda ha dichiarato quello che viene definito internamente un “Code Red“, un codice rosso.

Nel gergo della Silicon Valley, un’espressione del genere non indica semplicemente un periodo di lavoro intenso, ma segnala una crisi esistenziale, il riconoscimento che la traiettoria attuale non è sufficiente a garantire la sopravvivenza o il predominio nel prossimo futuro.

Questa mossa, per quanto drastica, non arriva dal nulla, ma è la risposta diretta a un cambiamento di percezione del mercato e, soprattutto, delle abitudini degli utenti.

La decisione comporta un blocco immediato di diverse iniziative che fino a ieri sembravano prioritarie: i piani per l’introduzione della pubblicità sono stati congelati, il lancio di agenti autonomi pensati per la salute e lo shopping è stato rimandato a data da destinarsi, e un progetto ambizioso di assistente personale, noto internamente come “Pulse”, è stato accantonato.

L’obiettivo di questa “pulizia” è convogliare ogni risorsa disponibile verso un unico scopo.

Rendere ChatGPT non solo più intelligente, ma radicalmente più personale.

La scelta di Altman di sacrificare progetti laterali per concentrarsi sul prodotto principale suggerisce che l’azienda si sia resa conto di un problema fondamentale: la tecnologia da sola non basta più.

Come descritto da The Rip Current, questa non è una semplice riorganizzazione, ma un tentativo di arginare una minaccia esterna che sta diventando sempre più concreta.

L’idea di dover rendere il chatbot “più personale” implica che, allo stato attuale, l’interazione con ChatGPT sia percepita come troppo fredda o utilitaristica, e quindi facilmente sostituibile.

Se un utente usa il servizio solo per compiti meccanici, non ha alcuna lealtà verso il marchio; passerà al concorrente non appena questo offrirà una risposta leggermente più veloce o integrata meglio nel proprio telefono.

Ed è proprio la questione dell’integrazione e della concorrenza che ha fatto scattare l’allarme, costringendo OpenAI a rivedere i propri piani in corsa.

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L’ombra di Google e i numeri di Gemini

La ragione principale di questo nervosismo ha un nome preciso: Google.

Per molto tempo derisa per essere arrivata in ritardo alla festa dell’intelligenza artificiale generativa, l’azienda di Mountain View ha recuperato terreno con una velocità che ha sorpreso molti osservatori.

I dati sono eloquenti e raccontano una storia di crescita che OpenAI non può permettersi di ignorare.

Gemini, la piattaforma di intelligenza artificiale di Google, ha visto i suoi utenti attivi mensili passare da 450 milioni in luglio a 650 milioni in ottobre.

Si tratta di un balzo in avanti massiccio, ottenuto in un arco di tempo brevissimo, che dimostra come la potenza di distribuzione di Google, che può spingere i propri prodotti attraverso Android, la ricerca e la suite Workspace, sia un vantaggio competitivo quasi impossibile da replicare per una startup, per quanto ben finanziata.

Non si tratta solo di numeri grezzi, ma anche di percezione qualitativa all’interno del settore tecnologico.

Figure di spicco come Marc Benioff, amministratore delegato di Salesforce, hanno iniziato a esporre pubblicamente opinioni che fino a pochi mesi fa sarebbero sembrate eretiche, affermando che Gemini rappresenta oggi il miglior modello linguistico disponibile sul mercato.

Quando il consenso tra i dirigenti della tecnologia inizia a spostarsi, gli investimenti e le integrazioni aziendali tendono a seguire a ruota.

– Leggi anche: Occhiali AI: il boom di Meta e Ray-Ban tra moda e sorveglianza, con un mercato in forte crescita

Google non sta solo offrendo un’alternativa; sta costruendo un prodotto che, grazie all’accesso ai dati in tempo reale e all’integrazione con servizi che le persone usano già, rischia di rendere ChatGPT un’isola felice ma isolata.

La risposta di OpenAI, focalizzata sul rendere il proprio chatbot “più intuitivo”, è un tentativo di difesa contro questa ondata.

Se Google vince sulla distribuzione e sull’integrazione, OpenAI deve vincere sull’affetto e sull’abitudine.

Deve trasformare ChatGPT da uno strumento che si consulta all’occorrenza in un compagno di cui non si può fare a meno.

Tuttavia, competere con un gigante che possiede le piattaforme su cui il tuo software deve girare è una sfida storica che ha visto soccombere molte aziende prima di oggi.

La paura non è solo quella di perdere utenti, ma di perdere rilevanza: di diventare il motore di ricerca di ieri in un mondo che si è spostato altrove.

Questa necessità di diventare indispensabili ci porta a una metrica molto specifica che sembra guidare le nuove ossessioni di Sam Altman.

La trappola dell’abitudine e la sostenibilità economica

Al centro di questa nuova strategia c’è un concetto che arriva direttamente dalla filosofia di gestione di Google dei primi anni: la regola dello spazzolino.

L’idea è semplice quanto brutale: un prodotto, per avere successo reale e duraturo, non deve essere solo tecnologicamente avanzato, ma deve essere utilizzato dall’utente almeno due volte al giorno, in modo quasi automatico, proprio come uno spazzolino da denti.

OpenAI sembra aver realizzato che, nonostante la popolarità mediatica, ChatGPT non ha ancora superato questo test per la maggior parte delle persone. Molti lo usano per scrivere una mail o riassumere un testo, ma poi se ne dimenticano per giorni.

Google, invece, con i suoi strumenti integrati nella vita quotidiana, è già “lo spazzolino” di miliardi di persone.

L’abbandono di progetti come “Pulse” e il rinvio degli agenti per lo shopping segnalano che OpenAI non ha il lusso di disperdere le forze in esperimenti che non garantiscono questo tipo di utilizzo compulsivo.

La scommessa è che rendendo l’IA più “personale”, capace cioè di ricordare i dettagli della nostra vita, le nostre preferenze, il nostro contesto, si crei un legame di dipendenza psicologica e pratica. Una simile profondità di relazione, traslata nel contesto business, diverrebbe replicabile solo attraverso lo sviluppo di sistemi CRM avanzati, unici strumenti in grado di centralizzare la “memoria” aziendale per anticipare i desideri del cliente.

Si cerca, in sostanza, di replicare quello che i social network hanno fatto con l’attenzione, applicandolo però all’assistenza digitale.

È una strategia che mira a blindare l’utente all’interno del servizio prima ancora di aver capito esattamente come monetizzarlo in modo sostenibile su larga scala.

C’è poi l’elefante nella stanza: la profittabilità.

Altman ha recentemente mostrato segni di frustrazione quando interrogato sulla strada per rendere l’azienda economicamente sostenibile. Le risorse di calcolo necessarie per far girare questi modelli e renderli “personali” per milioni di utenti sono astronomiche.

La cancellazione dei piani pubblicitari è particolarmente indicativa: suggerisce che l’azienda tema che l’introduzione di ads in questo momento delicato possa alienare gli utenti proprio mentre Google sta diventando aggressiva.

È una mossa rischiosa: si rinuncia a entrate immediate per cercare di consolidare una posizione di mercato che è sempre più sotto assedio.

Il 2025 si sta delineando non come l’anno della rivoluzione tecnologica pura, ma come l’anno della guerra di trincea per l’attenzione dell’utente.

OpenAI, che ha dato il via a questa corsa, si trova ora nella scomoda posizione di dover difendere il proprio territorio da chi ha tasche più profonde e un accesso più diretto alla vita quotidiana delle persone.

La dichiarazione del “Code Red” è l’ammissione implicita che l’essere stati i primi non garantisce di essere i vincitori alla fine della partita.

Dalle parole al codice?

Informarsi è sempre il primo passo ma mettere in pratica ciò che si impara è quello che cambia davvero il gioco. Come software house crediamo che la tecnologia serva quando diventa concreta, funzionante, reale. Se pensi anche tu che sia il momento di passare dall’idea all’azione, unisciti a noi.

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