Gli investimenti e gli annunci delle grandi aziende alimentano proiezioni economiche ambiziose, ma la loro diffusione di massa è ancora limitata dalla scarsa autonomia energetica, dalla ridotta destrezza manuale e dalla difficoltà di operare in ambienti complessi.

[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:
L'interesse per i robot umanoidi è in forte crescita, con investimenti significativi e promesse ambiziose. Eppure, una profonda discrepanza persiste tra le aspettative e i limiti tecnologici attuali, come l'autonomia energetica, la destrezza manuale e la navigazione in ambienti non strutturati. La competizione è intensa, guidata da attori come Tesla, Figure.ai e UBTECH, con l'Italia che si distingue per soluzioni specializzate.
I limiti che la tecnologia non ha ancora superato
La transizione di un robot umanoide da un video dimostrativo a un lavoratore efficiente in un ambiente reale è molto più complessa di quanto possa sembrare.
Gli ostacoli principali sono di natura pratica e riguardano tre aree specifiche.
Il primo, e forse il più limitante, è l’autonomia energetica.
La durata media delle batterie dei modelli attuali si attesta tra le quattro e le cinque ore, un tempo insufficiente a coprire un intero turno di lavoro. Questo non è un dettaglio trascurabile: significa dover prevedere cicli di ricarica frequenti o sistemi di sostituzione rapida delle batterie, aumentando di conseguenza i costi e la complessità gestionale.
Il secondo limite riguarda la destrezza manuale.
Le mani umane sono strumenti di una complessità straordinaria, capaci di applicare forza, delicatezza e precisione in modi che sono ancora estremamente difficili da replicare. Sebbene i robot eccellano in compiti ripetitivi come il “pick and place”, la loro capacità di manipolare oggetti di forme, pesi e fragilità diverse è ancora limitata.
Questo li rende meno adatti a mansioni che richiedono una sensibilità tattile fine o la capacità di adattarsi a oggetti non perfettamente prevedibili, un requisito fondamentale in molti settori, dall’assemblaggio di componenti elettronici all’assistenza a una persona.
Infine, esiste il problema degli ambienti non strutturati.
Un magazzino o una linea di montaggio sono ambienti controllati, organizzati spesso con appositi software per la gestione del magazzino, progettati per essere efficienti e prevedibili. Una casa, un cantiere edile o un ospedale sono l’esatto opposto: spazi complessi, disordinati, pieni di ostacoli imprevisti e in continuo mutamento.
I sistemi di navigazione e percezione dei robot attuali, per quanto avanzati, faticano ancora a operare con la stessa fluidità di un essere umano in questi contesti. La visione di robot completamente autonomi che si muovono agilmente tra le mura domestiche richiederà progressi significativi che non vedremo su larga scala prima del 2030.
Nonostante queste difficoltà, la competizione globale per arrivare primi sul mercato si sta intensificando, con strategie e attori molto diversi tra loro.
Chi sta costruendo il futuro (e come)
La corsa alla robotica umanoide è oggi dominata da due superpotenze tecnologiche, gli Stati Uniti e la Cina, ma vede anche la partecipazione di realtà europee altamente specializzate.
Negli Stati Uniti, Tesla sta adottando un approccio di integrazione verticale, sfruttando le sue competenze nella produzione di massa e nell’intelligenza artificiale sviluppata per la guida autonoma per il suo robot Optimus. L’obiettivo dichiarato è produrre migliaia di unità entro il 2025, un traguardo ambizioso che, se raggiunto, potrebbe effettivamente cambiare le regole del gioco.
Un’altra azienda americana di rilievo è Figure.ai, che ha scelto un modello basato su partnership strategiche, collaborando con BMW per l’integrazione in contesti industriali e ricevendo il supporto di giganti come Microsoft e OpenAI, a segnalare come lo sviluppo di questi robot sia sempre più legato ai progressi nei modelli di intelligenza artificiale generativa.
Dall’altra parte del mondo, la Cina sta portando avanti una strategia industriale molto aggressiva, con l’obiettivo esplicito di raggiungere la produzione in serie di robot umanoidi entro il 2025. Il governo di Pechino, come riportato da alcuni siti, punta a raggiungere il 50% dell’intera produzione mondiale entro il 2035, un obiettivo che trasforma la competizione tecnologica in una questione di rilevanza geopolitica.
L’azienda cinese UBTECH, con il suo modello Walker S2, ha già annunciato ordini significativi e prevede di consegnare tra le 500 e le 1.000 unità nel 2025, dimostrando che l’industria cinese non è più solo una promessa, ma una realtà produttiva concreta.
In questo quadro si inserisce anche l’eccellenza italiana, rappresentata principalmente da Oversonic Robotics. La startup brianzola ha sviluppato RoBee, il primo robot umanoide cognitivo interamente progettato e costruito in Italia. A differenza dei progetti focalizzati sulla produzione di massa a basso costo, RoBee si posiziona come una piattaforma avanzata per l’industria, dotata di un’interfaccia vocale, capacità di manipolazione di precisione e un’autonomia di otto ore, superiore alla media del settore.
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Con un prezzo di lancio di 140.000 euro, RoBee non mira a competere sui volumi di Tesla, ma a offrire una soluzione di alto valore per applicazioni industriali complesse, inserendosi in un ecosistema italiano che include altre realtà importanti come Comau nel campo dell’automazione e qbrobotics, specializzata in sistemi di presa soffice.
La strada verso un futuro popolato da robot umanoidi sembra dunque tracciata, ma i tempi e i modi di questa transizione sono tutt’altro che certi.
La piena integrazione di queste macchine nella società potrebbe richiedere ancora due o tre decenni. Tuttavia, per applicazioni specifiche in settori come l’industria o l’edilizia, dove l’impiego su larga scala potrebbe avvenire già tra dieci anni, i primi passi concreti si stanno già compiendo.
Il prossimo decennio sarà decisivo non solo per osservare i progressi tecnologici nel superamento dei limiti attuali, ma anche per capire quale modello prevarrà: quello della produzione di massa a basso costo o quello delle soluzioni specializzate ad alto valore aggiunto.
La risposta a questa domanda definirà non solo un mercato, ma anche il nostro rapporto con una tecnologia che promette di trasformare profondamente il lavoro e la vita quotidiana.



