Una crisi di manodopera che ha ridotto la disponibilità di lavoratori del 30% dal 2010 spinge l’orticoltura a serre verso l’automazione, trasformando le macchine in una risposta necessaria alle sfide demografiche e sociali del settore.

[In pillole] La sintesi per chi va di fretta:
La startup tedesca Eternal.ag presenta Harvester un robot autonomo per la raccolta di pomodori che risponde alla grave carenza di manodopera nelle serre. Con 8 milioni di euro di finanziamenti l'azienda mira a rivoluzionare il settore agricolo puntando a serre completamente automatizzate e a una filiera alimentare più resiliente.
Una crisi che viene da lontano
La carenza di manodopera nell’orticoltura non è un fenomeno esclusivamente europeo.
Uno studio condotto negli Stati Uniti da AmericanHort, in collaborazione con ricercatori universitari, ha documentato come quasi due terzi delle aziende serricole e vivaistiche non siano riuscite ad assumere tutto il personale di cui avrebbero avuto bisogno l’anno precedente. La mancanza di lavoratori rappresentava in media quasi il 20 per cento della forza lavoro necessaria per operare a pieno regime.
Molti imprenditori agricoli hanno tentato di arginare il problema con metodi tradizionali: quasi la metà delle aziende intervistate ha introdotto benefit come assicurazioni sanitarie, bonus e maggiore flessibilità oraria per attrarre e trattenere i dipendenti.
Tuttavia, queste strategie si stanno rivelando insufficienti per contrastare tendenze di lungo periodo come l’invecchiamento della popolazione agricola, lo scarso interesse delle nuove generazioni per questo tipo di carriere e le incertezze legate alle politiche sull’immigrazione, che storicamente hanno fornito una parte consistente della manodopera stagionale.
L’analisi economica del settore suggerisce che, di fronte a una contrazione dell’offerta di lavoro, si verificano tipicamente tre conseguenze: un aumento dei salari, un cambiamento nelle pratiche agricole e, infine, un maggiore investimento in innovazione tecnologica.
È proprio in questo terzo ambito che si inseriscono soluzioni come quella di Eternal.ag.
Di fronte a una difficoltà così radicata e complessa, l’automazione smette di essere un’opzione futuribile per diventare una necessità operativa.
Come funziona Harvester
Il robot sviluppato da Eternal.ag è progettato per operare fino a 22 ore al giorno, muovendosi autonomamente tra i filari delle serre per identificare e raccogliere i pomodori maturi. Il sistema si basa su un’intelligenza artificiale che, secondo l’azienda, garantisce una qualità costante del prodotto e una grande precisione nel taglio.
Uno degli aspetti più interessanti del suo sviluppo è l’approccio definito “simulation-first“. Invece di testare ogni modifica direttamente sul campo, un processo che richiederebbe mesi, gli ingegneri utilizzano ambienti di serra virtuali per validare le funzioni del robot. Questo permette di ridurre i cicli di iterazione a pochi giorni, accelerando notevolmente il perfezionamento del software.
Renji John, amministratore delegato e co-fondatore di Eternal.ag, ha spiegato che la vera sfida per un robot autonomo è la capacità di gestire la variabilità del mondo reale: la differenza tra una pianta e l’altra, la disposizione non sempre uniforme delle serre e le operazioni quotidiane che possono interferire con il suo lavoro.
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Una volta che il robot è operativo, ogni sua azione contribuisce ad alimentare un sistema di dati progettato per apprendere, migliorare e scalare. È l’applicazione più concreta del machine learning industriale: un modello che migliora continuamente grazie ai dati generati dal processo stesso. L’architettura del robot è inoltre modulare, pensata per poter integrare in futuro altre funzioni oltre alla raccolta, come la potatura o il monitoraggio delle piante.
Questo livello di integrazione tra robot, dati e processi produttivi richiede una regia centrale: è il ruolo che un sistema MES svolge anche in altri contesti manifatturieri ad alta automazione.
La visione a lungo termine dell’azienda, dichiarata esplicitamente, è quella di arrivare a serre completamente automatizzate entro il 2040, dove le operazioni sono gestite interamente da robot senza la necessità di operatori umani. Questo obiettivo, però, si spinge oltre la semplice efficienza tecnica, toccando la struttura stessa della filiera alimentare e il ruolo del lavoro umano al suo interno.
Un’operazione prevedibile, ma a quale costo?
Wilco Schoonderbeek, un osservatore esterno nel consiglio di amministrazione di Eternal.ag, ha inquadrato l’automazione come una soluzione alla vulnerabilità creata dall’incertezza del fattore umano. “Quando il lavoro è incerto, tutto il resto diventa incerto”, ha affermato in una dichiarazione riportata da Robotics and Automation News. “Le operazioni in serra hanno bisogno di resilienza, non di soluzioni temporanee. Il robot si presenta dove c’è il lavoro da fare e semplicemente lo fa. I coltivatori possono finalmente contare su operazioni prevedibili”.
La parola “prevedibile” è forse quella che meglio descrive il cambiamento che questa tecnologia potrebbe introdurre.
Un robot non si ammala, non chiede aumenti di stipendio, non ha vincoli di orario e garantisce una performance costante.
Questa prevedibilità, se da un lato risponde a un’esigenza concreta e pressante degli imprenditori agricoli, dall’altro solleva interrogativi sul futuro del lavoro nel settore. L’introduzione massiccia dell’automazione potrebbe portare a una svalutazione delle competenze umane residue e a una maggiore dipendenza delle aziende agricole da un ristretto numero di fornitori tecnologici.
Se l’obiettivo finale è una serra completamente priva di esseri umani, quale sarà il destino dei lavoratori che oggi, nonostante tutto, trovano ancora impiego in questo campo?
Niklas Leske di Simon Capital, uno degli investitori, ha sottolineato come la robotica sia l’unica soluzione per costruire “una filiera alimentare decentralizzata e resiliente per la prossima generazione”.
La questione che rimane aperta è se questa resilienza, costruita sulla prevedibilità delle macchine, non finisca per creare nuove forme di fragilità, legate alla complessità tecnologica, ai costi di investimento e all’impatto sociale di una transizione così profonda.
La soluzione a un problema ne sta forse creando un altro, più complesso da decifrare.



